Partito di Alternativa Comunista

Gli insegnamenti della pandemia alla classe operaia

Gli insegnamenti della pandemia alla classe operaia

 

 

 

di Diego Bossi (operaio Pirelli)

 

 

 

Il primo anniversario è sempre occasione di bilanci e, dopo un anno di pandemia, ci troviamo a fare i conti con un’emergenza ancora in corso e tutt’altro che prossima al suo epilogo. I numeri dei contagi e dei decessi incutono terrore: siamo alla terza ondata e la situazione è ancora più grave della prima e della seconda; il proliferare di varianti del Covid-19 mette a serio rischio l’efficacia dei vaccini; la campagna vaccinale, presentata in pompa magna dal governo, si è rivelata un pallone gonfiato; ed è di tutta evidenza che le industrie farmaceutiche non si sono fatte sfuggire il lucroso affare e stanno provvedendo a anteporre i propri interessi alla salute collettiva. Nel capitalismo è il mercato a decidere chi curare e quando (1).
Il Sistema sanitario nazionale è al collasso dopo che i governi della borghesia l’hanno spolpato per riempire le tasche dei capitalisti della salute (che nessuno ha visto muovere un dito durante l’emergenza) (2).
Questi mesi sono stati drammatici ma, al contempo, hanno offerto alla classe operaia e a tutti i lavoratori delle lezioni importantissime da cui possiamo apprendere molto. Vediamo quali sono le più significative.

 

Inquadrare correttamente la questione

Prima di esaminare quali insegnamenti possiamo trarre da quest’ultimo anno di emergenza pandemica, è necessario inquadrare correttamente il problema, collocando al giusto posto tutti gli elementi; vale a dire individuare l’ordine d’importanza degli elementi stessi, delineando così una scala delle priorità.
Nel 2020 l’elemento nuovo che si è aggiunto, in un contesto di grave crisi economica del sistema capitalista in corso già dal 2007/2008, è la pandemia di Covid-19: un virus che ha già mietuto centomila vittime in Italia e due milioni e mezzo nel mondo. Un’infezione pericolosa, da evitare poiché, con buona probabilità, quando non uccide, lascia segni indelebili, conseguenze a lungo termine, ospedalizzazioni e terapie intensive.
Potremmo già fermarci qui, perché tutto il resto è in subordine: la vita, intesa sia come vita propriamente detta (un corpo con delle funzioni biologiche), sia come salute fisica e qualità dell’esistenza, è la cosa più importante, la priorità: un uomo morto è morto, non può più fare niente; diversamente, un disoccupato, senza reddito, può ancora vivere e avrà davanti a sé delle possibilità, come quella di organizzarsi per combattere il sistema economico e sociale che l’ha ridotto in quelle condizioni.
Se abbiamo ben compreso e interiorizzato questo concetto, che potrebbe sembrare banale e scontato, in altre parole se siamo riusciti a separare l’imprescindibile, solenne e definitivo elemento «vita» dai ricatti e dalle imposizioni del capitalismo, sistema putrefatto che vogliono farci credere definitivo, allora siamo pronti per comprendere non solo quali insegnamenti trarre da questo drammatico anno di pandemia di Covid 19, ma anche quale strada imboccare per uscire (vivi) da questo incubo.

 

Le lezioni da non dimenticare

Ammesso che ce ne sia ancora bisogno, la pandemia di coronavirus ha offerto alle masse popolari la dimostrazione empirica della crudeltà del sistema capitalista. È veramente difficile dare un ordine d’importanza a quelli che sono ‒ per dirla con le parole del titolo ‒ gli insegnamenti della pandemia alla classe operaia.

Ci proveremo comunque, partendo dall’insegnamento più importante.

 

La lezione della Val Seriana

L’unica vera lezione che possiamo e dobbiamo imparare dopo un anno di pandemia è che il capitalismo è incompatibile con la vita dell’umanità e con la sopravvivenza del pianeta. Per la classe dominante il profitto vale più della vita dei lavoratori: l’esempio più duro e drammatico lo abbiamo avuto in tutta la sua chiarezza con le morti della Val Seriana, dove un’intera generazione è stata decimata, non semplicisticamente dal Covid-19, ma dalle scelte scellerate delle autorità bergamasche che, su pressioni di Confindustria, hanno gettato in pasto al Covid migliaia di persone. Se a Bergamo è andato in scena l’episodio più crudo di questa strage di Stato, a livello nazionale il dramma ha assunto dimensioni simili. Se è vera — e per noi lo è — la premessa di quest’articolo che pone la vita come elemento prioritario della massima importanza, ne consegue che, per difendere la vita da un virus che circola con le persone e le contagia quando queste si avvicinano, sia necessario impedire la circolazione e gli assembramenti di ogni tipo. Non esistono alternative. Punto. Tutto il resto corrisponde a esigenze economiche imposte dal ricatto cui ci pone questo sistema criminale. Se a oggi siamo ancora nel pieno dell’emergenza, lo dobbiamo al fatto che la borghesia non ha voluto che qualcosa ostacolasse i suoi profitti, mandando milioni di lavoratori a produrre una ricchezza che in un sistema socialista sarebbe servita al sostentamento economico dei lavoratori e di tutte le fasce colpite dal lockdown.

 

Il ruolo delle burocrazie sindacali

Un’altra grande lezione gli operai l’hanno avuta dalle direzioni dei sindacati confederali che, senza un minimo di vergogna, hanno tradito la sicurezza e la salute dei lavoratori e delle loro famiglie, sottoscrivendo, con i padroni e i loro governi, protocolli di (in)sicurezza, vendendo l’illusione di un lavoro esente dal rischio di contagio tramite norme astratte, basate su contesti statici e idealizzati che non potranno in alcun modo concretizzarsi. Come sempre più spesso accade, le direzioni di Cgil, Cisl e Uil sono pronte a soccorrere Confindustria in cambio di prebende e privilegi, dove burocrati sindacali, sempre più avulsi e disconnessi dalla classe lavoratrice, svolgono il ruolo di venduti (sé stessi) e venditori (dei lavoratori, a partire dai loro iscritti). E in questo modo tradiscono coloro che avrebbero dovuto difendere.

 

Le scuole parcheggio per i figli dei lavoratori

A conferma della preminenza del profitto che impone agli operai di andare in fabbrica, costi quel che costi, a produrre per il padrone, abbiamo come logica conseguenza la didattica in presenza imposta ai loro figli studenti e ai lavoratori della scuola. Una presenza tassativa per le scuole elementari e medie che hanno la funzione di parcheggio per i figli dei lavoratori. Per le scuole superiori, al netto di qualche residuo di didattica a distanza, a gennaio si è tornati in presenza, per la gioia del virus che ha continuato a diffondersi indisturbato nelle classi pollaio e nei mezzi colmi del trasporto pubblico locale.
In questi mesi siamo stati posti di fronte a due opzioni contrapposte: didattica in presenza o didattica a distanza. Ma questa domanda è truffaldina e fuorviante, poiché elude la causa (la pandemia) che porta in campo l’esigenza di evitare attività scolastiche in presenza. Se dovessimo semplicemente scegliere tra una scuola in presenza e una scuola a distanza, parrebbe quasi scontata la scelta della presenza, soprattutto per le donne costrette da questa società all’accudimento dei figli e alle faccende domestiche; è un po’ come scegliere se guidare un’auto sportiva nella realtà o tramite un videogame: tutti vorrebbero provare l’emozione di guidarla nella realtà, magari nelle piste di un autodromo. Ma se vi dicessero che alcune auto, non si sa quali, hanno un difetto sull’impianto frenante e c’è il rischio che non frenino, cosa preferireste?
Tornando alla premessa iniziale l’unica risposta possibile che può garantire la vita e la salute è il videogame, vale a dire la didattica a distanza, perché il vero dilemma non è tra didattica in presenza o a distanza, ma tra didattica sicura o a rischio di contagio. La scuola odierna, col retaggio di decenni di tagli draconiani da parte di tutti i governi borghesi succedutisi nell’ultimo mezzo secolo, è irrimediabilmente fatiscente e pericolosa; non è possibile, nei tempi necessari, implementare alcuna misura di messa in sicurezza degna di quel nome. L’unica alternativa è la Dad, un’alternativa che, nel capitalismo, palesa la sua connotazione di classe: solo nelle abitazioni delle famiglie  ricche ci sono spazi adeguati, connessioni e computer o tablet efficienti; in quelle delle famiglie povere non c’è niente di tutto ciò. (3) (4)

 

Donne, immigrati e lgbt

Sgomenta la notizia che dei 101.000 posti di lavoro perduti nel mese di dicembre 2020, 99.000 erano quelli di donne lavoratrici: basterebbe solo questo a rappresentare le dimensioni dell’oppressione e della discriminazione che devono subire le donne della nostra classe. Le donne lavoratrici percepiscono salari più bassi rispetto ai loro colleghi uomini e spesso hanno contratti precari, part-time o lavorano in nero. Questo gap salariale e contrattuale, in periodi di crisi economica, porterà migliaia di donne alla disoccupazione, le priva di una propria fonte di reddito e le espone al ricatto economico dei loro aguzzini; restano relegate nelle loro prigioni domestiche, spesso vittime di violenze, come le cronache quotidiane ci raccontano.
Gli immigrati, almeno quelli fortunati che riescono a sopravvivere alla traversata di deserti e mari per fuggire dagli inferni generati dall’imperialismo, si trovano in condizioni di assoluta ricattabilità e versano in condizioni disumane di sfruttamento.
L’oppressione è un problema di tutto il proletariato: non solo delle donne o di altri settori oppressi della società come immigrati o appartenenti alla comunità lgbt, poiché il capitalismo che sfrutta i lavoratori è lo stesso che alimenta il maschilismo, la xenofobia e il razzismo per dividere la nostra classe, indebolirla e dominarla. Il capitalismo è il campo fertile in cui queste oppressioni affondano le radici: un campo continuamente seminato e coltivato dalla borghesia.

 

Il comitato d’affari della borghesia e le sue responsabilità

Quali sono le responsabilità del governo nella gestione della pandemia? Spesso si sentono espressioni forti come «strage di Stato», «assassini», «criminali». Pure noi, come i nostri lettori sanno, non abbiamo risparmiato la severità nella nostra analisi. Ma si tratta di espressioni a fine propagandistico o di asserzioni argomentate?
Proviamo, a mero titolo di esercizio, a giudicare il governo borghese con i parametri della sua stessa giurisprudenza penale, che classificano la gravità di un omicidio sulla base del fattore psicologico dell’assassino. Di qui le tre grandi famiglie della natura dei reati: la colpa, la preterintenzione, il dolo.
La colpa è negligenza, imperizia o imprudenza; il classico esempio di omicidio colposo lo si ha negli incidenti stradali, magari perché il guidatore aveva alzato un po’ il gomito, oppure era distratto dal cellulare; un incidente, appunto, dovuto a negligenza e imperizia: non era minimamente presente nella mente del reo l’intenzione di uccidere. Domanda: possiamo dire che il governo, decidendo di tenere aperto tutto il mondo del lavoro e quasi tutto il mondo scolastico, con milioni di lavoratori e studenti ammassati per ore in fabbriche, uffici, scuole, autobus, metropolitane e treni, non abbia compreso che ci sarebbero state decine di migliaia di morti? No. Non siamo di fronte a delle menti geniali, questo è evidente, ma è altamente improbabile che le conseguenze drammatiche delle scelte governative siano sfuggite ai governanti.
L’omicidio preterintenzionale si configura quando si va oltre l’intenzione: due litigano, uno spinge l’altro, lo fa cadere e nella caduta picchia la testa su uno spigolo e muore. Si va oltre l’intenzione: c'era una volontà offensiva, ma non di uccidere. Domanda: possiamo dire che il governo aveva intenzione di far ammalare la popolazione senza ucciderla? No, anche questa ipotesi non regge.
L’omicidio doloso implica l’intenzione: voglio ucciderti e lo faccio. Domanda: possiamo dire che il governo abbia voluto uccidere tutti? No, non avrebbe alcun senso.
Ed è qui che entrano in gioco la «colpa cosciente», aggravante dell’omicidio colposo, e il «dolo eventuale», attenuante dell’omicidio doloso.
La colpa cosciente si ha quando il reo è consapevole della potenziale letalità della sua azione, ma crede di poter tenere sotto controllo la situazione evitando conseguenze mortali; è il caso del lanciatore di coltelli al circo: sa che ciò che sta facendo è potenzialmente letale, ma è convinto di controllare la situazione e di non uccidere nessuno. Domanda: possiamo dire che il governo abbia agito nella convinzione di mantenere tutto sotto controllo senza conseguenze mortali per nessuno? No. Non possiamo dirlo, poiché è palese che ha omesso di arginare la pandemia e questa è divenuta incontrollabile: i virus non sono in grado di controllarsi da sé.
Infine, abbiamo il dolo eventuale, anche in questo caso il reo è consapevole delle conseguenze potenzialmente mortali delle sue azioni ma, a differenza della colpa cosciente, accetta la possibilità che queste si verifichino. Il caso di scuola è il sieropositivo che fa sesso non protetto: sa che questa sua azione potrebbe uccidere il suo o la sua partner, ma la compie ugualmente. Domanda: possiamo dire che il governo, dando via libera alla circolazione di massa, al lavoro non essenziale alla sopravvivenza, alle scuole di ogni ordine e grado e all’utilizzo dei mezzi pubblici, abbia messo in conto le conseguenze mortali per una fetta di popolazione e le abbia accettate? Sì. Non solo possiamo dirlo, ma abbiamo il dovere di denunciarlo, poiché l’unico modo per salvare più vite umane possibili era un programma di emergenza che fermasse tutte le attività non essenziali e sostenesse economicamente i lavoratori e le fasce più deboli. Un programma che noi del Partito di Alternativa Comunista rivendichiamo da tempo (5). Un programma che nessun governo capitalista sarebbe mai in grado di attuare, poiché il capitalismo ha una priorità che non ci appartiene: esso si sorregge sul profitto e l’accumulazione di capitale. Per i comunisti la vita e la salute dei lavoratori sono elementi imprescindibili e prioritari: tutti gli altri elementi della società sono subordinati a questi.

 

Che fare?

In conclusione, possiamo riepilogare le grandi lezioni che abbiamo appreso in quest’anno di pandemia: nel capitalismo la vita dei proletari è sacrificabile sull’altare del profitto dei padroni; l'unico modo per fermare il virus, in attesa di cure efficaci e vaccinazioni, era quello di arrestarne la circolazione, ma questo avrebbe ostacolato la macchina del profitto, cosa che per la borghesia è inaccettabile; le vaccinazioni sono nelle mani del capitalismo farmaceutico che alla salute pubblica antepone i profitti; le conseguenze dei tagli alla sanità pubblica hanno prodotto migliaia di morti; le direzioni opportuniste dei sindacati confederali hanno tradito la classe lavoratrice, fornendo, coi loro protocolli, l’impianto retorico della ripresa in sicurezza del lavoro: una menzogna che sta costando, tuttora, migliaia di contagiati e centinaia di morti ogni giorno; le scuole aperte, con la funzione di non creare intralci agli operai che devono recarsi in fabbrica e con lo scopo di dare una copertura ideologica alla narrazione del «tutto sotto controllo», sono state la maggiore fonte di contagio e di focolai; donne, immigrati e lgbt hanno pagato il prezzo più alto in questa crisi sanitaria.
Questi sono gli insegnamenti che devono rimanere indelebili nelle coscienze della classe operaia. Questi insegnamenti ci indicano una strada sola: la lotta senza sosta e senza sconti per edificare una società futura, libera dal profitto di una minoranza di miliardari, una società che impiegherà tutta la sua ricchezza per tutelare l’umanità. Nessuna fiducia nei governi borghesi, nessuna fiducia nelle direzioni sindacali opportuniste e traditrici, nessuna fiducia nei partiti borghesi e nessuna fiducia nei partiti riformisti, incollati al movimento operaio come parassiti, che promettono di migliorare il capitalismo dal suo interno: due secoli di storia li hanno clamorosamente smentiti.
Duemila persone posseggono la stessa ricchezza del resto della popolazione mondiale. Proviamo a ripeterlo, perché a volte capita di leggere una frase senza darle la dovuta attenzione: duemila persone posseggono la stessa ricchezza del resto della popolazione mondiale; che in questo momento ammonta a 7,7 miliardi di abitanti.
Si può sopravvivere al virus, ma l’umanità non sopravvivrà al capitalismo. I lavoratori devono fare tesoro degli insegnamenti che hanno potuto vedere e vivere sulla loro pelle in quest’anno di emergenza pandemica. Devono unirsi nella lotta e fondere le loro lotte nella guerra di classe contro questo sistema economico e sociale che sta affamando i popoli e avvelenando il pianeta, costruendo il loro partito rivoluzionario e internazionale, per arrivare alla conquista del loro governo, del loro Stato, della loro società, che non avranno nulla a che vedere con quelli dei capitalisti: il socialismo rimetterà tutta la ricchezza del mondo al servizio di coloro che la producono; la società socialista non permetterà più che un solo essere umano debba morire per il profitto di una minoranza sfruttatrice dominante.

 

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