La crisi accentua, sia dentro che fuori l'UE, le tensioni tra le varie borghesie nazionali. Oggi è l'Italia del governo Renzi uno dei Paesi europei che appare più sotto la pressione degli organismi europei: il presidente uscente della Commissione europea, Barroso, non ha nascosto l'intenzione di bocciare i conti italiani per il mancato rispetto delle regole del Fiscal Compact. E' probabilmente questo il motivo per cui Renzi ha deciso di andare all'affondo sul Jobs Act, con l'intenzione di arrivare al definitivo smantellamento dell'articolo 18: il 15 ottobre il governo italiano deve presentare a Bruxelles la Legge di stabilità e la borghesia italiana (e il suo governo attuale) intendono offrire garanzie alla Commissione europea. Garanzie utili a evitare sanzioni dannose per i profitti dei padroni di casa nostra, ma pesanti sulle spalle dei lavoratori, che si troveranno in una condizione di precarietà e ricatto ancora maggiori.
Ma non si tratta solo dello smantellamento dell'articolo 18: di fatto l'intenzione del governo è quello di trasformare in carta straccia tutto lo Statuto dei lavoratori che, come sappiamo, fu strappato grazie alle dure lotte del 1968 e del 1969 (in particolare con gli scioperi in Fiat). L'intenzione del governo e dei padroni è oggi quella di aggirare l'intero sistema della contrattazione sindacale, azzerando i diritti democratici (secondo il modello già applicato da Marchionne in Fiat). Basta un esempio: gli aumenti (apparenti) in busta paga (i famosi "80 euro" o l'anticipo del tfr) non si decidono con i rinnovi contrattuali, ma appaiono come generose "concessioni" di un governo autoritario.
L'intento dei padroni e del governo è quello di ridisegnare le relazioni sindacali, accentuando ulteriormente la dipendenza dei sindacati concertativi dallo Stato, riducendone al minimo la portata conflittuale. In questo quadro, centrale per il disegno padronale è l'accordo della vergogna siglato da Cgil, Cisl, Uil, Confindustria, Confcooperative e altre sigle sindacali: un accordo che limita fortemente il diritto di sciopero e che rischia di trasformarsi in legge. E' un accordo che azzera la democrazia sindacale nei luoghi di lavoro: i sindacati che lo firmano diventano ancelle del padrone (come già oggi Fim e Uilm in Fiat), devono rinunciare al diritto di scioperare durante le trattative e al diritto di intraprendere azioni di contrasto (scioperi, vertenze legali, ecc) contro accordi che non condividono. I sindacati che non lo firmano, conservano il diritto di sciopero così come previsto dalle attuali leggi, ma devono rinunciare all'elezione di propri delegati (rsu) e alla possibilità formale di partecipare alle trattative per i contratti. Di fatto è un tentativo di trasformare i sindacati in mere macchine erogatrici di servizi e di allontanarli dal conflitto di classe.
Tutto questo dimostra quanto siano effimere le conquiste democratiche all'interno del capitalismo (come lo Statuto dei lavoratori): i padroni, prima o dopo, si riprendono tutto quello che sono stati costretti a concedere per la spinta delle lotte operaie. Una dimostrazione del fatto che la classe lavoratrice può conservare ed estendere le sue conquiste solo se le lotte parziali vengono inscritte in una prospettiva strategica di conquista del potere.
Tutti questi attacchi avvengono in un quadro caratterizzato da licenziamenti di massa, riduzione delle "misure a sostegno del reddito" (v. riforma Fornero), aumento vertiginoso della disoccupazione, smantellamento e privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, trasporti, scuola), diffusione del razzismo (con inasprimento delle leggi contro gli immigrati) e accentuazione del maschilismo (con un aumento vertiginoso dei casi di violenza nei confronti delle donne, con numerosissimi casi di omicidio, i cosiddetti "femminicidi").
La crisi della sinistra socialdemocratica lascia spazio all'emergere di partiti a base piccolo-borghese, come il M5S, che raccoglie anche il consenso di settori della classe operaia e del sindacalismo conflittuale: consenso che viene traghettato su un programma interclassista, reazionario, razzista e maschilista. Basta a tal proposito ricordare l'alleanza con l'Ukip di Farage e altri esponenti dell'estrema destra nel Parlamento europeo, o le dichiarazioni di Grillo sugli immigrati che sbarcano in Italia, ritenuti responsabili di "portare malattie" e contagiare i poveri poliziotti.
Si conferma l'esigenza di ricostruire un partito della classe operaia che, sulla base di un programma transitorio, possa rappresentare una direzione politica per le lotte, al fine di respingere le misure del governo e creare i rapporti di forza che servono per costruire un'azione di lotta prolungata fino a cacciare il governo Renzi.
Sul versante del sindacalismo di base, sono state invece proclamate azioni di sciopero, ma, ancora una volta, fortemente frammentate: tra i principali scioperi nazionali in programma ricordiamo lo sciopero della scuola il 10 ottobre (Cobas e Cub), lo sciopero della logistica il 16 ottobre (Si.Cobas, Adl Cobas, Cobas), lo sciopero generale di Usb (24 ottobre), lo sciopero generale degli altri sindacati di base (Cub, Usi, Cobas ecc) il 14 novembre. Si tratta di date importanti perché scenderanno in campo settori tra i più combattivi della classe lavoratrice italiana (basta solo citare tra tutti i lavoratori della logistica, che hanno animato le lotte più dure di questi ultimi mesi).
Il Pdac sostiene e sarà presente comunque a tutte le iniziative di lotta: saremo in piazza il 25 novembre coi metalmeccanici e i lavoratori della Cgil (nonostante la piattaforma rivendicativa insufficiente della manifestazione), così come saremo al fianco dei lavoratori e degli studenti in sciopero il 10 ottobre, degli operai della logistica in sciopero il 16 ottobre, dei lavoratori di Usb il 24 ottobre, di quelli della Cub, dell'Usi e degli altri sindacati di base il 14 novembre. Tuttavia, giudichiamo negativamente la frammentazione delle iniziative: diventa sempre più urgente unificare tutti i settori della classe lavoratrice in lotta in un'unica azione unitaria, fino alla costruzione di uno sciopero generale unitario in grado di contrastare realmente le misure del governo.
Giudichiamo in positiva controtendenza, rispetto a questo quadro, l'assemblea nazionale contro l'accordo della vergogna e contro il Jobs Act che si svolgerà a Firenze l'8 novembre: un'assemblea che nasce all'interno di un percorso che ha visto unificarsi, in un unico fronte, attivisti sindacali e di movimento di diversa collocazione sindacale e politica, nell'ambito di una campagna contro la firma dell'accordo della vergogna. Un appuntamento di grande importanza a cui non mancheremo e a cui facciamo appello a partecipare.
Il Pdac si attiverà per favorire la costruzione di un fronte unico di lotta. Parallelamente, è necessario rafforzare il partito e le sue strutture militanti, al fine di costruire un'avanguardia politica delle lotte, strumento necessario per superare l'attuale crisi di direzione del movimento operaio. Un percorso che crediamo di dover intraprendere insieme con gli attivisti della sinistra classista e coi settori combattivi della classe lavoratrice.


























