Partito di Alternativa Comunista

Stato spagnolo: cosa (non) cambia con la riforma del lavoro?

Stato spagnolo: cosa (non) cambia con la riforma del lavoro?

 

 

Intervista ad Angel Luis Parras

 

 

Pubblichiamo qui la traduzione di un’intervista a Angel Luis Parras, dirigente di Corriente Roja pubblicata su Opinião Socialista (settimanale del Pstu brasiliano).

 

La presunta revoca della vecchia riforma del lavoro realizzata in Spagna nel 2012, la stessa che ha ispirato la riforma del governo Temer nel 2017 in Brasile, è stata celebrata e rivendicata in Brasile da settori come il Pt e correnti del Psol. Ma la riforma dell'allora governo Rajoy è stata effettivamente revocata? Per spiegare questo processo, Opinião Socialista (organo del Pstu brasiliano) ha parlato con Angel Luis Parras, del sindacato di base Co.bas e di Corriente Roja, sezione della Lit-Quarta internazionale nello Stato spagnolo.

 

Opinião Socialista. Il governo Sánchez ha diffuso la versione per cui avrebbe abrogato la riforma del lavoro del 2012 dell'allora governo Rajoy. Questa versione è stata poi sostenuta in Brasile dal Pt e da Lula e anche da Boulos del Psol. Cosa è stato realmente approvato?

Il governo di coalizione Psoe - Unidas Podemos (Up) ha promesso nel suo programma di insediamento (2019) di «abrogare la riforma del lavoro» di Rajoy (Pp). Inoltre, la vicepresidente del governo e ministra del lavoro, Yolanda Díaz, membro del Partito comunista (stalinista, ndt), ha sbandierato di voler abrogare questa riforma del lavoro. Ad esempio, lo scorso ottobre davanti al congresso dei sindacati confederali (Ccoo), la ministra ha detto: «Abrogheremo la riforma del lavoro nonostante tutte le resistenze»Tuttavia, meno di un mese dopo, la stessa ministra ha dichiarato: «Capisco l'interesse, soprattutto giornalistico, sull'abrogazione o meno della riforma del lavoro, ma non si può fare. In altre parole, non posso dettare una norma che deroga alla legge del lavoro del Partito popolare. Per vari motivi: perché tecnicamente sarebbe impossibile e in secondo luogo perché non sarebbe corretto» (Noticias Antena 3, 2.11.2021).
Pertanto, non vi è stata alcuna abrogazione della riforma del lavoro del governo Rajoy. Questo è riconosciuto dai vertici dell'associazione dei padroni e dalla destra: «Non c'è abrogazione della riforma del lavoro, ma solo modifiche di alcuni paragrafi» afferma il presidente della Xunta galiziana e dirigente di spicco del Pp (Partito popolare, di destra, ndt), Alberto Núñez Feijóo. Similmente, è stato dichiarato: «Lungi dall'abrogare quello elaborato nel 2012 dall’esecutivo del Pp, il nuovo testo consolida gli aspetti fondamentali di quello esistente, introducendo alcune modifiche estetiche, che non rappresentano un cambiamento sostanziale rispetto a quello in vigore» (29.12.21, Editorial Expansión, quotidiano economico a maggior tiratura, legato al grande associazionismo padronale).
Il governo Psoe-Up ha fatto propaganda sugli «aiuti europei», ma era più che noto che i fondi europei, che ammonteranno a 140.000 milioni di euro, erano condizionati a preservare gli aspetti essenziali della riforma del lavoro del 2012. Quello che è stato approvato è di conservare la riforma Rajoy e di introdurre alcuni punti, che a nostro avviso sono un saccheggio dei salari e approfondiscono la precarietà.

 

Opinião SocialistaIl governo di José Luis Rodríguez Zapatero (Psoe) aveva già attuato una riforma del lavoro nel 2010, dopo la crisi del 2008, in risposta alle richieste di austerità neoliberista dell'Ue. Quali cambiamenti sono stati più importanti, qual è stato il significato di quella riforma? L'esplosione sociale del 2011 era collegata ad essa?

Quando è scoppiata la crisi (2007-2008) Zapatero ha minimizzato e ha continuato a dire che la Spagna stava giocando «nella champion league dell’economia mondiale». Nel frattempo è scoppiata la bolla edilizia ed è iniziata l'ondata di licenziamenti. Nel maggio 2010, su dettato dell'Ue, ha applicato un piano shock per tagliare la spesa pubblica di 15.000 milioni di euro. Le pensioni sono state congelate, lo stipendio dei dipendenti pubblici è stato ridotto del 5%, sono state eliminate misure sociali come il cosiddetto baby check (in totale 2.500 euro per ogni figlio nato), ecc.
Nel frattempo è proseguito lo stillicidio dei licenziamenti tramite il cosiddetto Ere (piano di licenziamenti). L'Ere è un meccanismo legale che consente alle aziende di effettuare licenziamenti collettivi adducendo motivi economici, tecnici, produttivi o organizzativi. Tra il 2008 e il 2009 sono stati persi in questo modo più di due milioni di posti di lavoro.
In questo contesto di crisi e di crescente malcontento sociale, il governo Zapatero, accettando ancora una volta le richieste dell'Ue di «maggiore flessibilità per generare occupazione», aveva approvato nel settembre 2010 la riforma del lavoro.
La riforma di Zapatero mirava a facilitare ulteriormente i meccanismi di licenziamento. Così, all'Ere si è aggiunta una nuova causa: prevenire l'evoluzione negativa delle aziende o migliorarne la situazione e le prospettive. In altre parole, le aziende per licenziare non avevano più bisogno di addurre perdite economiche; sarebbe bastato affermare «previsioni di perdita» o «prevedibili riduzioni di utili» o semplicemente «cambiamenti organizzativi per migliorare le aspettative».
Allo stesso modo, è stato facilitato il licenziamento per «assenza dal lavoro, anche se giustificata»L'altro aspetto cruciale della riforma Zapatero è stato quello di aver agevolato i lavori precari, i cosiddetti «Contratti per lavoro e servizi» che sono contratti di durata incerta e prorogabili a volontà del padrone fino a tre anni, il che ha aggravato la precarietà del lavoro. 
Fare una riforma del lavoro per facilitare ulteriormente i licenziamenti quando il tasso di disoccupazione era già del 19,59% e tra i giovani superava il 50% ha finito per provocare un'ondata di scioperi e manifestazioni e uno sciopero generale il 29 settembre 2010.
Non soddisfatto di questo, il governo Zapatero (Psoe) ha intrapreso una seconda riforma, quella delle pensioni, estendendo l'età pensionabile a 67 anni e allungando il periodo di calcolo dell'importo della pensione da 16 a 25 anni, il che a rigore significava una ulteriore riduzione delle pensioni.
In questo contesto di crisi, protesta sociale e malcontento diffuso, il 15 maggio 2011 si è svolta la manifestazione che ha dato origine all’ormai noto 15M (le manifestazioni di massa degli indignados, ndt).

 

Opinião Socialista. Quali sono stati i punti principali della riforma del lavoro imposta dal governo Rajoy (Pp) nel 2012 e come ha influito sul mercato del lavoro? C'è stata una riduzione della disoccupazione come promesso?

La riforma del lavoro di Rajoy ha dato un nuovo giro di vite, ma ha percorso la strada lasciata aperta da Zapatero.
Prima di tutto, la riforma Rajoy rende ancora più flessibili le condizioni per i licenziamenti di massa. Vengono fornite definizioni più aperte in modo che i giudici accettino l'Ere, ad esempio si fa riferimento a generiche «prospettive economiche negative», «perdita di contratti» o «introduzione di nuovi macchinari».
In secondo luogo, e questo è indicativo, la preventiva autorizzazione dell'Autorità del Lavoro non è più necessaria per applicare un Ere (cioè per licenziare). Fino ad allora, quando un'azienda presentava un Ere, era obbligata ad aprire un periodo di trattativa con la rappresentanza dei lavoratori e, trascorso tale periodo, lo presentava all'Autorità del
avoro affinché desse il consenso all'applicazione dell'Ere.
Inoltre, i licenziamenti sono diventati meno onerosi. La legge precedente prevedeva che in caso di licenziamento, dichiarato giudizialmente inammissibile, il lavoratore dovesse percepire 45 giornate di salario per ogni anno lavorato con un tetto massimo di 42 mensilità. La nuova riforma riduce tale importo a 33 giorni all'anno e un tetto massimo di 24 mensilità.
In terzo luogo, abolisce il «salario de tramitación» (una sorta di indennità aggiuntiva di licenziamento, ndt). Prima, quando un lavoratore veniva licenziato e il suo licenziamento veniva dichiarato ingiusto, l'azienda era obbligata a versargli, oltre alla corrispondente indennità, la retribuzione per il periodo intercorrente tra il suo licenziamento e l'ordinanza giudiziaria e, inoltre, tale periodo veniva computato come versamento nel sistema di sicurezza sociale. Tra il licenziamento e l'ordinanza giudiziaria passano mesi e talvolta uno o anche due anni.
In senso stretto, la riduzione del costo del licenziamento è aggravata ulteriormente, perché prima ad ogni modifica sostanziale delle condizioni di lavoro (cambiamenti di orari, turni, ubicazione del centro di lavoro...) che l'azienda voleva imporre, se i lavoratori non accettavano, c’era un «licenziamento oggettivo», con un risarcimento di 20 giornate lavorative per ogni anno lavorato e un tetto massimo di 12 mensilità. Nel cosiddetto periodo di «consultazione» i sindacati hanno «trattato» esclusivamente per cercare di aumentare questa indennità (fino a 45 giorni all'anno prima di quest’ultima riforma). La burocrazia sindacale ha orientato e orienta così i conflitti: non per difendere i posti di lavoro ma per negoziare l'importo dell’indennità di licenziamento… Rendendo più flessibili i motivi per cui si può licenziare, come ho fatto notare prima, i «licenziamenti oggettivi» si moltiplicano esponenzialmente.
La riforma Rajoy aveva elementi più perversi, ma quello cruciale era rendere i licenziamenti più facili ed economici e aumentare la natura temporanea dei contratti di lavoro.
L'applicazione di questa riforma ha innescato una nuova ondata di chiusure di aziende e di licenziamenti. Il tasso di disoccupazione è balzato al 27,16% nel 2013, con oltre 6,2 milioni di lavoratori rimasti senza lavoro. Il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 57,2%. Un vero e proprio massacro per una riforma che è stata presentata come una misura chiave «per creare posti di lavoro».

 

Opinião Socialista. I Co.bas denunciano che questa riforma del lavoro del governo diretto dal Psoe è solo un camuffamento della riforma precedente, non apporta modifiche sostanziali, anzi conserva gli aspetti più importanti delle precedenti riforme. Potresti spiegare cosa sono gli Erte e cosa cambierà in modo importante con loro?

Sì, come afferma il comunicato del coordinamento statale dei Co.bas, la nuova riforma lascia intatti tutti i meccanismi di licenziamento massiccio ed economico della riforma Rajoy (2012). 
In primo luogo, garantisce la tranquillità dei padroni, conservando la sostanza della riforma del 2012, cioè quella che permette il licenziamento facile ed economico; in secondo luogo, preserva ed estende i contratti a tempo parziale, che è sempre più il meccanismo preferito dai padroni per «creare lavoro», con salari da fame e una flessibilità straordinaria che consente loro di adattare l'orario di lavoro ai picchi e ai cali della produzione, sfruttando il fatto che fare ore in più sta diventando una necessità per milioni di lavoratori, al fine di riscattare i salari dalla fame.
Ma in aggiunta, la nuova riforma estende ulteriormente questo meccanismo del cosiddetto Erte (espediente di regolazione temporanea di lavoro, simile alla nostra cassa integrazione, ndt) trasformandolo in Erte permanente. L'Erte è quindi un Ere temporaneo, che fino a questa nuova riforma funzionava così: l’azienda presenta un Ere temporaneo che può essere una sospensione temporanea del contratto per un determinato periodo di tempo, oppure una riduzione della giornata lavorativa. In un caso o nell'altro, il lavoratore è pagato dal Sepe (Servizio pubblico per l'impiego), che è un ente statale, sia nel caso si tratti di sospensione del contratto per l’importo totale, sia che si tratti di riduzione della giornata lavorativa per la parte proporzionale. Ma il 70% dello stipendio è coperto dallo Stato, con cioè una perdita almeno del 30% della retribuzione e dei diritti sociali proporzionali (ferie, retribuzione extra...) durante il periodo di sospensione.
Durante il periodo più difficile della pandemia questo meccanismo si è diffuso e oltre 4 milioni di lavoratori sono stati sottoposti agli Erte (cioè sono stati messi in una sorta di cassa integrazione, ndt). Il governo presenta questa misura come meravigliosa, un modello di politica progressista perché grazie ad esso la gente «non perde il lavoro» e «la disoccupazione non aumenta».
La prima cosa da chiarire è che questa misura non è né nuova né la sua paternità è ascrivibile a nessun governo progressista. I riferimenti dell'Erte sono governi di destra, neoliberisti e reazionari. Più precisamente, il riferimento è il Kurzarbeit tedesco, una riduzione temporanea dell’orario di lavoro normale per alleggerire economicamente l'azienda attraverso la riduzione dei costi del personale.
L'Erte è quindi una misura il cui obiettivo essenziale è quello di salvare le grandi aziende riducendo i costi del personale al prezzo di una nuova rapina dei salari e di continuare a ingrassare un debito pubblico che già raggiunge 1,43 trilioni di euro, supera il 122% del Pil e che noi, lavoratori e masse popolari, continueremo a pagare.
Gli Erte sono anche un subdolo meccanismo di precarizzazione perché le aziende si garantiscono dei veri e propri bacini di impiego dai quali possono togliere o mettere lavoratori quando lo ritengono opportuno. In cambio di un simile oltraggio non c'è alcuna garanzia di stabilità futura e, una volta terminato il periodo dell’Erte permanente, le stesse motivazioni che sono state usate dalle aziende per applicarlo possono essere utilizzate per licenziare.
Gli Erte permanenti sono diventati la stella polare della «Ministra» (Yolanda Díaz, la ministra del lavoro, ndt) e del suo governo. Avere un lavoro in cambio di «qualsiasi cosa» non è esattamente un argomento progressista, vale la pena ricordare che anche all’epoca della schiavitù era garantita la «piena occupazione». Ma i discepoli della Merkel stanno riproducendo una versione più impoverita perché, tra le altre cose - oltre ad essere pagati meno - la nuova riforma del lavoro prevede anche che, quando i lavoratori interessati saranno pagati da un nuovo fondo apposito che è stato creato, il «Fondo di sostenibilità» (e non dal Sepe come prima), l’Erte non sarà conteggiato a fini contributivi cioè per la pensione.

 

Opinião SocialistaÈ vero che ci sarà un cambiamento sostanziale per i lavoratori delle app, come Uber e altre aziende di questo tipo?

Questo governo è imbattibile nel gettare fumo negli occhi e nell’autocelebrarsi. Lo scorso maggio padroni, governo, Ccoo e Ugt (questi ultimi sono i principali sindacati concertativi, ndt) hanno raggiunto un accordo che sarebbe diventato due mesi dopo la cosiddetta Ley Riders, una legge sui diritti del lavoro dei riders che lavorano con le piattaforme digitali: nello Stato spagnolo siano tra le 18 e le 30mila persone. Con il tono che sempre caratterizza la Ministra, ha dichiarato: «La Spagna è diventata l'avanguardia internazionale in questo settore», e che, per questo, «sia il mondo che l'Europa ci stanno guardando».
La risposta a questa magniloquenza è stata data in un comunicato pubblico dai lavoratori stessi, che sono stati in prima linea in questa lotta per quattro anni e che hanno ottenuto sentenze giudiziarie a favore del riconoscimento del loro rapporto di lavoro. Per quanto riguarda la legge approvata, hanno affermato: «Un passo insufficiente, poco da festeggiare» (Riders x derechos, Riders x i diritti)E nei loro twitter hanno detto alla Ministra: «C’è stato un accordo sull'erroneamente denominata “legge rider”. Non è il governo che è riuscito a farci riconoscere come lavoratori, ma siamo tutti noi che li abbiamo costretti con scioperi, manifestazioni e più di 44 vittorie legali».
Nelle critiche mosse da questi lavoratori/lavoratrici, si segnala, tra l'altro, che la legge «che il mondo sta guardando» non garantisce la permanenza degli attuali lavoratori; le aziende non sono obbligate a fare le relative assunzioni; si è aperta la porta al subappalto affinché le attuali aziende possano sfruttare i lavoratori eludendo le loro responsabilità; la legge è persino in ritardo rispetto a ciò che la lotta è riuscita a strappare ai tribunali perché limita la regolamentazione ai Riders e non la richiede «per il resto dei gruppi che sono già “uberizzati”, [che] possono essere controllati da algoritmi impunemente, e praticamente lascia le porte aperte all'uberizzazione di moltissimi altri gruppi». Infatti, l'ultima indagine sulla forza lavoro ha rilevato più di 160.000 falsi lavoratori autonomi (molti lavoratori uberizzati appaiono falsamente come autonomi). In questo settore dei riders ci sono molti lavoratori irregolari, la legge ha omesso di regolarizzarli, il che lascia questi lavoratori abbandonati al loro destino di essere licenziati o di continuare a lavorare nelle stesse condizioni, vittime di un mercato selvaggio.

 

Opinião Socialista. Quali sono la composizione e la relazione dell'attuale governo di Pedro Sánchez con Podemos, Izquierda Unida (Iu) e le centrali sindacali?

Il governo di Sánchez è composto da lui e 22 ministri, 18 del Psoe e 4 di Unidas Podemos. La ministra del lavoro, Yolanda Díaz, è il secondo vicepresidente, avvocato, membro del Partito comunista e il cui padre (Suso Díaz) è un dirigente storico delle Ccoo (i sindacati confederali, ndt).
Questo governo di coalizione, presentato come «il più progressista della storia», è formato da un partito come il Psoe che ha già alle spalle 3 presidenti del consiglio e 22 anni di governo. Il Psoe è un partito borghese responsabile dello smantellamento industriale, della repressione contro le nazionalità oppresse, della legge sull'immigrazione xenofoba e razzista... che ha sempre governato per le banche, le multinazionali, sotto i dettami della Troika, è un partito devoto monarchico e nazionalista spagnolo. Il Psoe è stato quello che più recentemente ha guidato la repressione contro la Catalogna e il diritto di decidere del popolo catalano. Come abbiamo detto con Corriente Roja al momento della sua costituzione, un governo presieduto dal Psoe non può che essere un governo borghese, il governo della patria e del padrone.
L'altra parte del governo è Unidas Podemos, un accordo tra Podemos e Izquierda Unida (Pce). Podemos ha voltato le spalle ai suoi obiettivi proclamati, ha smantellato la mobilitazione del 15M (gli indignados, ndt) e ha traghettato la ribellione nel vicolo antidemocratico delle istituzioni ereditate dal franchismo, a cominciare dalla Costituzione del 1978. Coloro che si sono uniti al gruppo per porre fine al regime del ‘78 e alla «casta», sono oggi ferventi difensori della Costituzione del ‘78 e ministri di un governo borghese.
Il governo ha avuto, e ha, nelle Ccoo e nella Ugt una specie di guardia pretoriana. Ora arriva a metà della sua legislatura e lo fa in mezzo a una lunga lista di promesse non mantenute (la legge bavaglio che non ha abrogato; gli sfratti che non ha fermato, il crimine con gli immigrati che muoiono cercando di arrivare - più di 4.400 sono morti nel 2021 cercando di raggiungere le coste spagnole – ecc).
L’unico cambiamento sta nel fatto che ora Unidas Podemos sostiene che grazie a loro il Psoe non sta andando a destra e che se non possono fare di più è perché sono una minoranza. Tuttavia, la nuova riforma del lavoro, che non abroga la precedente, rende il lavoro più precario ed è un nuovo attacco ai salari: viene presentata come un'iniziativa di Unidas Podemos e una meraviglia delle meraviglie degna di essere esportata in tutto il mondo…
Il pragmatismo della nuova politica propagandata da Podemos e Iglesias è finito in qualcosa tipico della vecchissima politica: una coalizione per essere gestori del capitalismo e per abbellire le sue politiche neoliberiste. Chiedere il sostegno di chi sta in basso per governare a vantaggio di chi sta in alto ha i suoi costi. Fare il grillo parlante nel governo di Pinocchio, a differenza del lieto fine del racconto di Collodi, nella vita reale finisce per condannare la voce della coscienza all'inferno della crisi insieme a tutto il governo e dare carburante e base sociale a Pp e Vox (cioè alle destre, ndt).

 

Opinião SocialistaLa vostra proposta è l'abrogazione totale della riforma e che il sindacalismo alternativo contrasti questa riforma intensificando lotte. Oltre ai Co.bas, altri sindacati stanno rifiutando questa riforma?

I Co.bas, infatti, hanno sempre difeso, insieme al sindacalismo alternativo, l'abrogazione delle ultime due riforme del lavoro, quella di Zapatero e quella di Rajoy.
Il rifiuto della riforma del lavoro sta diventando generale tra le organizzazioni sindacali esterne a Ccoo e Ugt. Contro questa riforma del lavoro si sono espressi i sindacati nazionalisti che sono la maggioranza nei Paesi Baschi e in Galizia (Ela; Lab, Cig, Cut); sindacati come la Cgt, i sindacati della Taula Sindical (Mesa sindical), della Catalogna (Iac; Cgt; Cnt; Cobas; Cos Solidaridad Obrera), il Bloque Combativo de clase a Madrid (Solidaridad Obrera, Cobas; Asc; Plataforma Sindical de la EMT; Sindicato Asambleario de la Sanidad, Cnt), il raggruppamento unitario di Siviglia (Cgt; Cobas; Sat; Cta, Sindicato Ferroviario, Ustea), ecc.
In effetti, in questi giorni sono già state annunciate alcune proteste e ci sono molti comunicati, ma più in particolare riteniamo che in questi giorni si debbano concentrare le forze per spiegare il contenuto e il significato di questa riforma del lavoro, contrastando il bombardamento mediatico che stanno facendo il governo, i padroni e Ccoo-Ugt, cantando le lodi della riforma.

 

Opinião SocialistaQuali sono le principali proposte che un'organizzazione politica rivoluzionaria come Corriente Roja sostiene contro la precarizzazione del lavoro?

Dalla crisi del 2008, Corriente Roja ha difeso l'urgenza di istituire un programma di riscatto per i lavoratori e per le masse popolari. La crisi del covid non ha fatto altro che smascherareil modello produttivo spagnolo, un decadente capitalismo imperialista con pretese di grandezza ma strettamente periferico e dipendente, con una moltitudine di piccole e micro imprese basate su lavoro precario, salari bassi, in molti casi miserabili, e disoccupazione strutturale cronica.
L'ingresso nell'Unione europea ha avuto un prezzo molto alto: lo smantellamento di settori chiave dell'industria spagnola.
Ci sono indubbiamente molte rivendicazioni parziali che emergono da questa situazione, ma in questo ambito ci sono due principali rivendicazioni: il diritto a un lavoro stabile e a salari dignitosi. Contro l'ideologia del male minore e il pragmatismo che ci ha spinto alla rassegnazione e alla ritirata permanente, Corriente Roja sostiene che la classe operaia deve dichiarare una guerra implacabile alle politiche dei capitalisti, dei loro governi (di qualunque colore essi siano). La lotta per l'occupazione esige l'immediata abrogazione delle riforme del lavoro e l'istituzione di un nuovo Statuto dei Lavoratori, che sancisca il diritto al lavoro come diritto fondamentale che lo Stato sia obbligato a garantire.
Porre fine alla disoccupazione di milioni di lavoratori implica la difesa dell'occupazione esistente, per cui l'abrogazione delle attuali riforme del lavoro ha come uno dei suoi scopi più importanti quello di porre fine a quell'emorragia di occupazione che padroni, governo e burocrazia concertano continuamente attraverso gli Ere e gli Erte. Un esempio in questo momento è un'altra legge della Pubblica Amministrazione: invece di garantire l'occupazione da parte del governo, viene deliberata una legge (l'Icetazo) che può lasciare per strada circa 800.000 dipendenti pubblici, il più grande licenziamento della storia per mano di un governo «progressista».
Rivendichiamo la riduzione della giornata lavorativa a 35 ore settimanali come primo passo verso la scala mobile dell'orario di lavoro, ovvero la distribuzione del lavoro esistente tra tutta la manodopera disponibile: così si potrà determinare in modo chiaro la durata della settimana lavorativa. E poiché questa misura risponde ai bisogni primari della classe operaia, la riduzione dell'orario di lavoro avverrà senza riduzione dei salari.
La difesa del sistema pensionistico pubblico, e quindi l'abrogazione delle riforme pensionistiche del Psoe e del Pp, è un meccanismo contro le privatizzazioni e per la difesa di un diritto fondamentale per milioni di lavoratori, ma anche un meccanismo per generare occupazione fissando il pensionamento a 60 anni.
Queste sono alcune delle misure che difendiamo in questo piano a difesa dei lavoratori e delle masse povere. Un piano di salute pubblica come quello che difendiamo obbliga senza alcun dubbio a prendere misure risolutamente anticapitalistiche, a scontrarsi con le banche e le multinazionali, il Fmi e l'Unione europea e a scontrarsi con il governo borghese del momento, qualunque esso sia.
Dal punto di vista padronale, i loro «avvocati» della burocrazia sindacale di Ccoo e Ugt o del governo parlano di queste misure come utopiche, irrealizzabili e allertano sulla «catastrofe» che una tale manovra comporterebbe. Il loro pragmatismo è impressionante: per salvare i banchieri non ci sono problemi, per finanziare grandi aziende con Erte o per rendere più facile ed economico il licenziamento di milioni di lavoratori non ci sono problemi, si trovano tutti i soldi che servono! Ma non per lavoro, stipendi e pensioni decenti, no, per quello non si può fare nulla!
La crisi capitalista sta portando milioni di esseri umani alla miseria, la pandemia ha reso questo ancora più evidente di quanto non fosse già. Di fronte a questa situazione, il pragmatismo della nuova politica progressista, esattamente come quello della vecchia, di fronte a ciò che sta arrivando, sembra consigliare, come nel film di Adam McKay, Don't Look Up! [non alzare lo sguardo, ndt]
Noi, di fronte alla crisi di questo sistema, ricordiamo ciò che scriveva il vecchio Trotsky: «Non si tratta qui del “normale” scontro di interessi materiali opposti. Si tratta di preservare il proletariato dalla decadenza dalla demoralizzazione e dalla rovina. È una questione di vita o di morte dell'unica classe creativa e progressista e, proprio per questo, del futuro dell'umanità. Se il capitalismo è incapace di soddisfare le richieste che immancabilmente derivano dai mali che esso stesso ha generato, non ha altra scelta che morire. La possibilità o l'impossibilità di realizzare le richieste è, nella fattispecie, una questione di rapporti di forza che può essere risolta solo con la lotta».

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