Partito di Alternativa Comunista

Michael Roberts: un contributo marxista all’analisi della società

Michael Roberts: un contributo marxista

all’analisi della società

 

 

di Alberto Madoglio

 

 

Lo scoppio della crisi economica mondiale, tra il 2007 e il 2008, nota ormai come Grande Recessione, tra i vari effetti collaterali ha avuto anche quello di riportare all’attenzione dei mass media il pensiero economico di Karl Marx.
Davanti al disastro finanziario, produttivo e sociale scatenato a livello mondiale, abbiamo letto sui giornali e sentito in diversi dibatti alla televisione, e non solo, che era necessario riprendere a studiare l’analisi della società capitalistica fatta dal rivoluzionario di Treviri. Di come il suo pensiero e le sue previsioni fossero lungimiranti. E di quanto anche il capitalismo avesse la necessità di appropriarsi, in qualche modo, del pensiero marxista per cercare di riformare sé stesso. Dimenticando un dettaglio di non poco conto: che in tutta la produzione economica, politica, storica e filosofica di Marx non vi è una riga che possa far intendere che il capitalismo abbia la possibilità di essere riformato, o che possa farla finita una volta per tutte con le sue crisi periodiche sempre più gravi e devastanti da ogni punto di vista.
Dimenticando inoltre che il merito, tra i tanti, di Marx e Engels fu quello di analizzare e scoprire le contraddizioni intime di un sistema sociale storicamente determinato, e il fatto che il suo rovesciamento per via rivoluzionaria è una necessità non più rinviabile, questo già nel XIX secolo.

 

Le leggi del movimento dell’economia capitalista

Sono in molti che, grazie a questo revival, hanno avuto fama e notorietà agli occhi del grande pubblico.
Dal filosofo Diego Fusaro, che è rapidamente passato dall’essere un giovane studioso che riscopriva il pensiero filosofico del teorizzatore del materialismo dialettico, a diventare macchietta di talk show di serie B e idolo della destra sovranista, xefonoba e omofoba, grazie allo stravolgimento del pensiero di Marx, trasformato in un idealista da dozzina (1).
O Thomas Piketty, autore del best seller mondiale Il Capitale del XXI Secolo, che utilizzando, in maniera del tutto disinvolta e inappropriata il titolo dell’opera più famosa di Marx, Il Capitale, è diventato una sorta di rock star del mondo economico internazionale. Il suo successo personale è tuttavia inversamente proporzionale alla originalità di pensiero e all’accuratezza nel reperire fonti e dati, non sempre correttamente usati e interpretati nelle oltre 1000 pagine del suo libro.
O il "marxista eretico" Varoufakis, ministro delle finanze del governo riformista di Syriza alla cui testa c’era Alexis Tsipras (altro idolo, per un breve periodo, della sinistra internazionale, anche di parte di quella che si definisce marxista), così poco marxista e tanto meno eretico dall’essere stato incapace di proporre una via di uscita realmente rivoluzionaria e marxista al disastro economico in cui era caduto il suo Paese, la Grecia, tra il 2010 e il 2015.
In questo quadro, uno dei pochi economisti che si è sforzato di riprendere e riscoprire la vera, genuina, analisi economica marxista della società è senza dubbio Michael Roberts.
I suoi articoli, pubblicati sul blog “the next recession”, così come i suoi libri, vengono da noi spesso utilizzati come valido supporto per un’analisi di classe della società contemporanea.
Malauguratamente quelle pubblicazioni non sono al momento disponibili in italiano: anche se gli articoli nel blog possono essere tradotti su internet e letti in una versione che, seppure non accurata, permette di comprenderne il significato anche a chi non conosce l'inglese.
Pur non avendo apportato innovazioni alla teoria economica di Marx, il fatto di aver dimostrato che la sua analisi sia oggi più che mai attuale e corretta, il non essere caduto in fantasiosi tentativi di "aggiornarne il pensiero", in realtà negandolo, fa sì che il suo contributo sia degno di attenzione.
Nel suo libro del 2018 Marx 200 a review of Marx’s economics 200 year after his birth Roberts spiega in maniera efficace quelle che per Marx erano le tre leggi del movimento dell’economia capitalista: la legge del valore legata alla teoria del lavoro astratto, la legge dell’accumulazione capitalista, e infine quella che per Marx era la legge fondamentale del capitalismo, cioè la caduta tendenziale del saggio di profitto.
Roberts spiega che, come analizzato da Marx, è il lavoro umano ad avere la proprietà di fornire valore alle cose (2). Il lavoro «concreto» di un operaio crea un prodotto che avrà un valore d’uso, cioè una sua utilità intrinseca in quanto cosa che può essere di una qualsiasi utilità (ad esempio un paio di scarpe). Ma è il lavoro astratto, cioè il lavoro che a un dato grado di sviluppo delle forze produttive la società ritiene necessario per la creazione delle merci, a determinare il valore al quale esse saranno scambiate sul mercato.
La forza lavoro di un operaio è una merce come tutte le altre, quindi ha un valore, che corrisponde a quanto serve a un operaio per riprodurla. Roberts ci ricorda che una importante scoperta fatta da Marx consiste nel fatto che non tutto il valore creato da un operaio durante il processo produttivo viene a lui corrisposto. Una parte, più o meno grande, viene trattenuta da chi è proprietario dei mezzi di produzione, il capitalista, e questa porzione viene chiamata plusvalore.
La maggior parte di questo plusvalore non viene consumata dal capitalista ma è accumulata (seconda legge) in nuovo capitale (materie prime, macchine, nuova forza lavoro) per aumentare la produzione, conquistare nuove quote di mercato e eliminare altri capitalisti concorrenti.
Questo processo ha la caratteristica di aumentare maggiormente la parte di capitale che Marx chiama capitale morto (macchine) rispetto al capitale vivo (operai).
Ciò porta alla terza e, come dicevamo, più importante legge del capitalismo: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Se è il lavoro umano che crea valore alla produzione, se il processo di accumulazione porta ad aumentare la parte di capitale che trasferisce il valore (macchine) rispetto a quello che lo crea (lavoro operaio), ecco che il capitalismo ha la tendenza, intrinseca, cioè propria del suo modo d’essere e di operare, a veder diminuire il saggio di profitto, ovvero la percentuale di guadagno rispetto a tutto il capitale investito.
E la difesa di questa legge, la ragione che ne fa il fattore determinante di ogni crisi produttiva, è una sorta di «ossessione» per Roberts, come lui stesso ammette.

 

L’ideologia borghese sconfitta dalla realtà dello sviluppo economico capitalista

Si tratta, pensiamo, di una necessaria ossessione, rispetto a quanti avanzano altre spiegazioni per le convulsioni che sempre più affliggono l’economia mondiale, e che, al di là delle intenzioni e della retorica più o meno radicale, non offrono né una analisi reale dei fenomeni né quindi una via d’uscita reale a un sistema che si dimostra ogni giorno che passa sempre più brutale e disumano.
Nell’articolo “Marxians, marxist, profitability, investment and growth” Roberts all’inizio elenca quali sono, secondo le scuole economiche più in voga, le teorie che spiegano il meccanismo della crescita economica.
Per gli economisti tradizionali la crescita economica sarebbe dovuta alla crescita della forza lavoro, a sua volta dovuta all’aumento della popolazione, alle decisioni relative ai consumi, e al risparmio, il tutto manovrato dalla "mano nascosta" del mercato.
Per la scuola austriaca(3) la crescita economica è dovuta agli investimenti, che sono il risultato dei risparmi: regolando questi ultimi si hanno gli investimenti.
Per i keynesiani sono la domanda dei consumatori e degli investimenti che creano i redditi e i risparmi.
Bene. Nello stesso post Roberts spiega, citando fonti al di sopra di ogni sospetto di marxismo (un articolo sul Finacial Times e uno studio della Banca dei Regolamenti Internazionali), come la causa delle crisi sia indissolubilmente legata al calo dei profitti delle imprese produttive.
Aggiunge, a sostegno di questa tesi, che da uno studio della Federal Reserve americana si evince come dal 1952 al 2010 gli investimenti siano andati di pari passo con l’andamento dei profitti e quanto poco siano «correlati alle variazioni del tasso di interesse, alla volatilità delle azioni e dello spread di default».
Nel libro World in Crisis Roberts spiega che «il debito pubblico statunitense scese dal 121,7% del Pil nel 1946 al 37% nel 1970». A dimostrazione di come non siano gli investimenti pubblici in deficit di bilancio a scandire il ciclo di un’economia capitalista (4).
D’altronde non bisogna essere profondi conoscitori del Capitale per vedere che dieci anni di Quantitave Easing, con tassi di interesse a zero o sotto zero, credito facile, non hanno permesso all’economia mondiale di uscire da quella che è una Lunga Depressione, né pare siano in grado di rendere meno gravi gli effetti sulla recessione iniziata nel 2019 e accelerata con l’esplosione della pandemia di Covid 19.
In Pluralism in economics: mainstream, heterodox and marxist, vengono smentite le idee che negano la validità della teoria del valore per spiegare le crisi. Roberts sostiene che «il capitalismo è un’economia monetaria in cui la produzione è finalizzata al profitto, non al bisogno. Questa realtà palesemente ovvia è negata dall’ideologia mainstream e anche dagli eterodossi che accettano il marginalismo o ritengono che il profitto provenga dal monopolio o dal potere della finanziarizzazione ma non dallo sfruttamento della forza lavoro».
In Minsky and socialism viene confutata l’idea, sostenuta anche da uno studioso marxista come Riccardo Bellofiore, che le crisi siano dovute a un utilizzo eccessivo della finanza. Se è vero che ogni crisi nel settore “produttivo” porta con sé una crisi finanziaria, non è vero il contrario.
Questa teoria, alla quale aggiungiamo quella che lega le crisi al sottoconsumo (5), in ultima istanza non crede che il sistema capitalista sia per sua natura un sistema intrinsecamente anarchico, irrazionale. Per chi la sostiene il capitalismo necessita solo di correttivi (controllo nell’uso di strumenti finanziari), appelli al buonsenso dei padroni, i quali concedendo aumenti salariali permetterebbero ai lavoratori di consumare, dimenticando che ciò diminuirebbe i loro profitti, spingendoli a ridurre ulteriormente gli investimenti, e dimenticando che alcune recessioni, come ad esempio quella del 1973/74, non sono state precedute da un calo dei consumi, così come al contrario la ripresa di inizio anni ‘80 fu legata a un brutale attacco ai livelli salariali.
Un sistema, sostengono insomma, che deve e può essere riformato e non, come crediamo noi con Marx, abbattuto.

 

Quello che c’è e quello che manca

In Memoirs of an erratic marxist, criticando il ruolo svolto da Varoufakis (il marxista "irregolare") durante la crisi greca del 2015, notiamo infine pregi e limiti del pensiero di Roberts.
Il pregio è quello di non essere un’economista nel senso “deleterio” del termine, cioè una persona che analizza la società solo dal punto di vista economico, senza proporre un’alternativa concreta. Sostiene infatti: «la terza opzione […] socialista[…](sarebbe) quella di sostituire il capitalismo greco con un’economia pianificata in cui le banche e le principali società sono di proprietà e controllate dal pubblico e la spinta al profitto è sostituita dall’efficienza, agli investimenti e alla crescita».
In questa affermazione, che fa di Roberts non uno spettatore passivo degli eventi storici ma un partigiano della causa della rivoluzione socialista, si nota tuttavia il limite più grande del suo pensiero.
Il non comprendere cioè, secondo noi, che anche nella fase storica attuale è assolutamente impensabile immaginare una alternativa di classe, comunista, senza lottare allo stesso tempo per costruire una coerente direzione politica, cioè un partito di tipo bolscevico, che a livello nazionale e internazionale si ponga il fine di dirigere le masse alla presa del potere e all’abbattimento del dominio del capitale. Come scriveva Trotsky quasi un secolo fa: «Senza il partito, aggirando il partito, con un surrogato di partito, la rivoluzione proletaria non può vincere. Questo è l’insegnamento principale degli ultimi dieci anni» (6).
Se la storia degli ultimi due secoli ci ha insegnato qualcosa, non è solo che il capitalismo non è riformabile ma anche che non crollerà per essere sostituito da un sistema superiore, il socialismo, sotto la spinta delle sue intime contraddizioni.
Ci insegna che per realizzare questo compito serve l’azione diretta di grandi masse proletarie, che però possono ottenere la vittoria solo se dirette da un partito e da un’Internazionale dotati di un programma e di un’organizzazione rivoluzionari. La causa ultima dei fallimenti rivoluzionari del XX secolo fu dovuta alla mancanza di questo soggetto rivoluzionario cosciente in grado di porsi alla testa delle masse in lotta.
Al di là di questo limite, pensiamo che il contributo teorico e pedagogico dato da Michel Roberts alla comprensione dei meccanismi che regolano l’economia capitalista debba diventare patrimonio della formazione dei rivoluzionari.

 

 

NOTE

1) Per approfondire il tema suggeriamo la lettura dei seguenti articoli della compagna Stefanoni apparsi sul n.14, “Miseria della Filosofia di Diego Fusaro” e sul n.16 “Perché i filosofi non cambiano il mondo”, di Trotskismo oggi.

2) Si veda Karl Marx, lettera a Kulgelmann 11 luglio 1868. (in 200 a review of Marx’s economics 200 year after his birth, p. 28 nota 16).

3) Scuola austriaca: pensiero economico di stampo ultra liberale, fondata a Vienna alla fine del XIX secolo, ha avuto tra i suoi più noti esponenti gli economisti von Mises e Von Hayek.

4) Roberts, 200 a review of Marx’s economics 200 year after his birth, “Would monetary policies help?”.

5) I sostenitori della teoria del sottoconsumo, cioè che causa delle crisi siano i bassi salari, si rifanno a questa frase di Marx: «Finché i bisogni più urgenti di una gran parte della società non sono soddisfatti o lo sono solo i bisogni più immediati naturalmente non si può parlare di sovraproduzione di prodotti ... Si deve dire al contrario che in questo senso ... si sottoproduce continuamente».
Ma il suo pensiero continua in questo modo: «Il limite della produzione è il profitto dei capitalisti, in nessun modo il bisogno dei produttori ... il fatto che merci siano invendibili non significa altro se non che non si sono trovati per esse dei compratori in grado di pagare, cioè dei consumatori ... Ma se a questa tautologia si vuol dare una parvenza di maggior approfondimento col dire che la classe operaia riceve una parte troppo piccola del proprio prodotto e cha al male si porrebbe quindi rimedio quando essa ne ricevesse una parte più ampia ... le crisi vengono sempre preparate appunto da un periodo in cui il salario in generale cresce ... Al contrario quel periodo dovrebbe allontanare la crisi». Karl Marx, Il capitalismo e la crisi. Scritti scelti a cura di Vladimiro Giacchè, Derive Approdi, 2009. Un sostegno empirico a questa affermazione di Marx lo possiamo trovare in una tabella a pagina 103 del libro World in crisis.

6) Lev Trotsky, “Le lezioni dell’ottobre”, 1924 in G. Porcacci (a cura di), La “rivoluzione permanente” e il socialismo in un Paese solo, Editori Riuniti, 1970, p. 83.

 

Di Michael Roberts consigliamo il blog thenextrecession.wordpress.com

I libri The Great Recession 2009, Paperback; The Long Depression, 2016, Haymarketbooks; World in Crisis, Haymarketbooks, 2018; 200 a review of Marx’s economics 200 year after his birth, 2018, Lulucom.
Quattro sono i post citati nell’articolo: Marxian, marxist, profitability, investment and growth; Pluralism in economics: mainstream, heterodox and marxist; Memoirs of an erratic marxist; Minsky and socialism.

 

 

 

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