Pietro Tresso, nome di battaglia Blasco
Militante trotskista, dirigente del movimento operaio internazionale
Pietro Tresso, amico e compagno di lotta di Antonio Gramsci, con cui fondò il Partito Comunista d’Italia, fu un militante rivoluzionario coerente e coraggioso. I giovani rivoluzionari d’oggi, guardando alla sua vita, possono trovare l’esempio di una vita dedicata alla causa, antidoto al cinismo e alla disillusione odierna che investe la politica e le sue organizzazioni.
Dichiararsi socialista in una casa di cattolici veneti, com’era la famiglia di Pietro Tresso, non doveva essere semplice, ma il clima della piccola frazione di Magrè di Schio era effervescente: un piccolo centro che fermentava d’idee socialiste anche come conseguenza della presenza operaia del Lanificio Rossi che era, all’inizio del novecento, la maggiore impresa laniera italiana.
Nonostante il “nessun titolo accademico”, Pietro Tresso si distinse sempre - e anche in quest’aspetto può essere considerato fra i migliori esempi che possiamo indicare alle giovani generazioni di rivoluzionari - per la volontà di capire, d’imparare e di ricercare la verità.
Nel 1941, scrive alla nipote Pierina: “nella vita si possono fare pochissime cose secondo la nostra volontà propria, e, direttamente o indirettamente, noi dobbiamo sottoporci a delle necessità, che sono più forti dei nostri voleri. Devi, quindi, rassegnarti a studiare. A dire il vero, quando avevo la tua età, lo studio non era per me una pena: era, al contrario, la più grande soddisfazione della mia vita. Poter leggere, studiare, imparare; poter aprire gli occhi su tutte le cose del mondo; poter comprendere il perché e il come dei diversi avvenimenti: quale gioia più grande per un ragazzo o una ragazza di quindici anni?”.
Studio e ricerca della verità, ma anche condivisione delle sofferenze degli altri e assoluto bisogno di giustizia: ecco le caratteristiche di questo grande rivoluzionario che ci ha consegnato, insieme agli altri compagni che con lui hanno condiviso la lotta contro il fascismo e lo stalinismo, la possibilità, con la fondazione della Quarta Internazionale, di poter riprendere la strada verso il socialismo che gli stalinisti avevano interrotto con la pratica dei fronti popolari (alleanze della classe operaia con la borghesia) e con la teoria del “socialismo in un solo Paese”. Una condivisione e un’attenzione nei confronti delle sofferenze della sua classe che gli hanno permesso di affrontare stenti, persecuzioni, povertà, con coraggio e senza alcun tentennamento.
E, sempre nel 1942, alla cognata Gabriella Maier, scrive: “E’ proprio perché siamo ancora giovani che ci ritroviamo fuori dalle diverse chiese. Le stesse aspirazioni che ci hanno spinto, fin dalla giovinezza, all’interno di un partito, ce ne hanno spinto fuori quando si sono trovate in disaccordo con quelle che vengono definite le necessità pratiche. Se fossimo invecchiati avremmo ascoltato la voce dell’esperienza, saremmo diventati saggi, ci saremmo adattati, come molti altri, all’astuzia, alla menzogna, al sorriso ossequioso verso i vari 'figli del popolo'. Ma questo ci è stato impossibile. Perché? Perché siamo rimasti giovani. E per questo sempre insoddisfatti di ciò che è e sempre aspiranti a qualcosa di meglio. Quelli che non sono rimasti giovani sono diventati, in realtà, dei cinici. Per loro gli uomini e tutta l’umanità non sono che strumenti, dei mezzi che devono servire i loro scopi personali, anche se questi scopi vengono mascherati con frasi d’ordine generale; per noi gli uomini e l’umanità sono le sole vere realtà esistenti. Naturalmente tutto ciò è molto generico. Bisognerebbe stabilire anche il legame necessario tra le forze morali che sono in noi e la realtà quotidiana. Ma una cosa mi pare certa: è impossibile sopportare in silenzio ciò che urta i sentimenti più profondi dell’uomo. Non possiamo ammettere come giusti gli atti che ci sembrano ingiusti, non possiamo dire di ciò che è vero: 'è falso', e di ciò che è falso: 'è vero'”
“La nostra salute è buona- scriveva nel 1943 alla nipote Maria - ma siamo angosciati dall’enorme tragedia che si sta rovesciando sul mondo. Pensiamo alle migliaia e migliaia che cadono nei campi di battaglia. Anch’io malgrado la mia situazione attuale non posso considerarmi che come un privilegiato se penso alle sofferenze fisiche e morali, senza limiti, che abbattono tanti altri”.
Nelle lettere che Tresso scrisse alla sua compagna Barbara troviamo di continuo frasi nelle quali egli ricorda l’ingiustizia, la miseria e l’orrore della guerra imperialista: “I poveri, oggi, cantano e domani, forse, saranno morti o distruggeranno altri giovani, spensierati quanto loro. Come sai questi alpini sono originari di una delle regioni più povere della penisola. Le loro madri, i loro padri, sono dei contadini che, sul finire della vita, speravano e sperano di riposarsi sul lavoro dei propri figli... E nel frattempo conducono una vita di miseria, di dolore e di tristezza… Pensiamo a quelli che ci sono cari, a quelli che muoiono o piangono a causa di questa grande carneficina che affligge il mondo. E nella nostra sofferenza (dovrei dire: nella mia sofferenza) c’è anche la consapevolezza di essere dei privilegiati in confronto a tutti i giovani, a tutti i bambini e ai vecchi che cadono dilaniati o esanimi in tutti gli angoli del mondo”.
Nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, venne chiamato alle armi. Nel 1917 appare come imputato al processo di Pradamano, accusato, insieme ad altri soldati, di aver diffuso i deliberati della Conferenza di Zimmerwald, la conferenza internazionale dei partiti socialisti tenutasi nel settembre 1915 in Svizzera. Ma venne assolto per insufficienza di prove.
Tornato a Schio, diventò, nel 1920, redattore del giornale El Visentin, assumendone la direzione politica. In quel periodo Tresso affronta il tema dei consigli di fabbrica, il loro significato e i compiti che essi dovevano assumere all’interno delle fabbriche.
Tresso si distinse sempre per la sua capacità di analizzare le situazioni critiche senza subire il condizionamento della maggioranza del partito o della corrente cui lui apparteneva. Un esempio di questo aspetto fu la sua posizione sulla questione agraria al Congresso della Camera del lavoro nel 1920, quando si oppose alla tesi secondo cui i piccoli proprietari incarnavano la reazione e andavano combattuti. Tresso intervenne ricordando: “La lotta feroce fra i piccoli proprietari e gli avventizi esiste già, e solo inquadrando i primi in organizzazioni nostre noi potremo attutirla e magari distruggerla creando così attorno al movimento schiettamente proletario quell’atmosfera di indulgenza e di simpatia che ci è necessaria per vincere la lotta. Se altrove i piccoli proprietari sono con noi lo si deve al fatto che i socialisti anziché combattere i piccoli proprietari si sono dati la pena di organizzarli”. In quel periodo Tresso era impegnato quotidianamente nell’attività sindacale. Ciononostante nell’estate del 1920 si presentò alle elezioni e fu eletto, per il Partito socialista, consigliere provinciale e comunale a Magrè.
Tresso partecipò alla fondazione del Partito Comunista d’Italia come delegato al Congresso socialista, a Livorno, nel 1921, dove si consumò la cosiddetta scissione di Livorno, dalla quale nacque, appunto, il Pcd'I, sezione dell’Internazionale comunista (21 gennaio 1921).
In quel periodo, come conseguenza della sconfitta in Italia del Biennio rosso (1919-1920), i fascisti, nel vicentino come in altre zone d’Italia, diventano sempre più aggressivi organizzando ripetute spedizioni punitive e costringendo diversi dirigenti comunisti all’emigrazione. Di fronte al dilagare della violenza fascista, la posizione di Tresso fu sempre chiara e determinata nell’affermare, anche pubblicamente, il “diritto all’autodifesa”.
Tresso si trasferì a Milano ma al contempo prese parte all’attività del partito nel vicentino e nel febbraio partecipò alla lotta tra socialisti e comunisti per il controllo della Camera del lavoro di Vicenza, presenziando al congresso sia come dirigente locale sia come membro del comitato sindacale comunista. Nella primavera del 1922 venne picchiato dai fascisti e verso la fine dell’estate si recò illegalmente a Berlino. Dopo questo primo periodo la storia personale e politica di Tresso si snoda con sempre maggior coerenza e impegno. Durante il suo esilio è rappresentante del Comitato Centrale del Pcd'I al XII congresso del partito tedesco.
Tresso contrastò con forza Togliatti in merito all’analisi della situazione italiana del 1929. Per Togliatti, e per tutti i dirigenti stalinisti, l’Italia di allora viveva una fase pre-rivoluzionaria, mentre, com’era evidente, il fascismo stava dilagando. Sulla scorta di quell’analisi Togliatti pretese che i dirigenti del Pcd’I riparati all’estero rientrassero in Italia per “dirigere il processo rivoluzionario”, con la conseguenza, ampiamente prevista e denunciata da Tresso, di esporli all’arresto da parte della polizia del regime. La linea di Togliatti era quella sostenuta dalla Federazione giovanile comunista (Fgc). Luigi Longo (detto Gallo) fu incaricato di elaborare un progetto, il cosiddetto “progetto Gallo”, per adeguare l’attività del partito italiano alla politica dell’Internazionale. A questo piano si opposero Tresso, Leonetti e Ravazzoli che presentarono un controprogetto, noto come “contro-progetto Blasco”. Tresso, che era componente del Comitato centrale (Cc), dichiarò che le decisioni del partito rappresentavano “una caduta nell’opportunismo mascherate da frasi di sinistra”, criticava inoltre Togliatti accusandolo di realizzare le svolte sulla pelle degli altri. “Dobbiamo tendere a fare di più- affermava- E’ giusto. Però nel ritmo che seguiremo a fare di più, sarà dimostrata la nostra capacità reale di organizzazione. Perché se noi aumenteremo il ritmo in ragione superiore alle nostre forze e delle possibilità concrete di lavoro e di sviluppo reale alla base, noialtri un buon progetto di organizzazione lo trasformiamo in un cattivo progetto”. Il partito rispose alle critiche di Tresso, di Leonetti e Ravazzoli (chiamati “i tre”) decidendone l’espulsione dal partito nel 1930. Tresso dichiarò: “ho detto che avrei lottato per le mie posizioni nel Cc. se il partito me lo permetteva, fuori del Cc se il partito vuole così. Ora aggiungo che sono disposto a lottare per esse fuori dal partito”.
In Francia continua a collaborare con la rivista trotskista La Verité e aderisce alla Ligue Communiste, che raggruppa la sinistra comunista trotskista francese. Dalla Francia scrive un importante articolo, “Stalinismo e fascismo”, in cui accusa lo stalinismo di non essere uno strumento utile contro il fascismo e scrive che la politica stalinista “ben lungi da costituire una barriera al fascismo, ne facilita la presa sulle masse e diviene un ausiliario alle sue vittorie” e riferendosi alla politica del Fronte popolare spagnolo scrive: “non lottare per il socialismo, come fanno gli stalinisti, in realtà equivale a servire Franco”.
Nel settembre 1938, Tresso partecipò in qualità di delegato, sotto il falso nome di Julien, alla conferenza di fondazione della Quarta Internazionale, che si tenne clandestinamente a Perigny, nei dintorni di Parigi. Alla conferenza partecipano 21 delegati in rappresentanza di 12 Paesi (diverse altre sezioni non furono presenti per problemi di sicurezza e organizzativi, così come fu assente obbligato Trotsky). Il dibattito congressuale si svolgeva intorno al progetto di programma elaborato da Trotsky intitolato L’agonia del capitalismo e i compiti della Quarta internazionale, noto anche come Programma di transizione. La fondazione della Quarta risponde per Trotsky alla necessità di raccogliere, attorno ad un programma politico rivoluzionario, i militanti e le organizzazioni che lottavano in differenti Paesi contro le conseguenze della degenerazione delle due precedenti Internazionali, per costruire i nuovi partiti rivoluzionari. Pietro Tresso fornì contributi importanti allìelaborazione del programma e fu eletto nel Comitato esecutivo internazionale.
Tresso continua il lavoro politico clandestino ma, per sfuggire alla Gestapo, lascia Parigi e arriva a Marsiglia. Con il falso nome di Julien Pierotti, riceve i soldi che dagli Stati Uniti il Segretariato internazionale invia in Francia per la riorganizzazione del Parti Ouvrier Internationaliste e collabora con il Centre Américain de Secours (Acs), che si occupa dell’espatrio delle vittime della repressione fascista e nazista. Nel giugno del 1942 Pietro Tresso, la sua compagna Barbara e Demazière (responsabile politico dei Comitati per la Quarta Internazionale) sono arrestati, assieme ad altri cinque militanti, dalla polizia di Vichy, processati e, ad esclusione di Barbara, condannati. Per ironia della sorte la condanna li accusava di propagandare le parole d’ordine della Terza Internazionale (quella di Stalin!).
Dopo vari spostamenti sono imprigionati a Le Puy dove viene organizzata l’evasione di 79 prigionieri politici (e del loro guardiano) dalla prigione. La notte del 1° ottobre 1943 tutti i prigionieri vengono liberati. Tresso, con altri, viene portato nel campo “Wodli”, in località detta Raffy (Haute-Loire). Demazière riesce a fuggire e a tornare clandestinamente a Parigi dove fa il suo rapporto ai dirigenti trotskisti. Tresso, Reboul, Ségal e Sadek rimangono invece nel Maquis (campo partigiano francese) ed è in questo periodo che si perdono le loro tracce. Solo dopo il crollo dello stalinismo e della montagna di silenzi e menzogne circa la morte di Tresso e degli altri compagni, è stato possibile ricostruire quanto successo in quei giorni, alla fine di ottobre del 1943. Pietro Tresso, Pierre Salini (Maurice Sieglmann), Abraham Sadek e Jean Reboul sono stati uccisi da alcuni killer arrivati per ordine del comandante del Maquis, Giovanni Sosso, probabile uomo agli ordini del servizio segreto di Stalin. Ma, al di là di quale fu la mano che assassinò e di chi fu ad eseguire l’ordine, i mandanti dell’assassinio di questi compagni furono Stalin e i suoi fidati collaboratori, come Togliatti che, dopo il processo-farsa di Mosca, sostenne: “la nostra lotta contro il trotskismo controrivoluzionario non è ancora sufficiente, deve essere allargata, migliorata, portata ad un livello molto più elevato”.
Rifiutò le proposte di Togliatti che era disposto a conferirle un incarico importante se si fosse dissociata da Tresso e quando egli venne espulso dal partito Barbara lo seguì, e lo fece perché ne condivideva le stesse idee e non, come racconteranno gli stalinisti, perché era “l’amante” di Pietro. Quella scelta le costerà molto sul piano degli affetti personali, in particolare nel rapporto con Serena, la maggiore delle sue due sorelle che condivideva la politica stalinista (con l’altra sorella, Gabriella, compagna di Ignazio Silone, il legame resterà molto forte). Barbara collaborò all’attività politica clandestina in Italia e condivise la militanza politica con Tresso nella Noi (Nuova Opposizione italiana), sezione italiana dell’Osi (Opposizione di sinistra internazionale).
Fu sotto gli occhi di Barbara, arrestata con lui e con altri militanti trotskisti, che Tresso fu torturato, senza proferire parola, nel 1942, dalla polizia del governo di Vichy in cerca d’informazioni. Per circa trentacinque anni Barbara continuò a cercare la verità sulla scomparsa di Tresso, reagendo con durezza alle tante falsità diffuse da Togliatti e da altri dirigenti del Pci.
Ricordare Tresso proseguendo nel progetto della Quarta Internazionale


























