Partito di Alternativa Comunista

Referendum: votare SI' è reazionario, votare NO senza una prospettiva rivoluzionaria è inutile

Referendum: votare SI' è reazionario,


votare NO senza una prospettiva rivoluzionaria


è inutile

 

 

 

di Diego Bossi

 

 

Il 20 e il 21 settembre gli elettori italiani saranno chiamati a decidere se approvare o meno la legge costituzionale che modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione, vale a dire, in soldoni, il copioso taglio dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200).
La legge di revisione costituzionale è sottoposta a referendum confermativo per non essere passata in seconda lettura con la maggioranza qualificata dei due terzi in entrambe le camere.
Tecnicamente ogni referendum è una domanda posta agli elettori, ma prima di pensare alla risposta è necessario che i lavoratori si pongano un’altra domanda molto importante. Prima di arrivarci è però utile passare in rassegna le varie motivazioni di chi si dice contrario alla riforma. Proviamo ad elencare le più importanti: 1) col taglio dei parlamentari il risparmio effettivo, secondo le stime più generose, equivarrebbe a poco più di un caffè l’anno per ogni abitante; 2) diminuendo il numero dei rappresentanti, aumenta il bacino elettorale in capo a ognuno di questi indebolendo la rappresentatività intesa come rapporto tra eletti ed elettori; 3) i parlamentari saranno sempre di più nelle mani «dei partiti», poiché diverrà sempre più difficile farsi eleggere senza l’appoggio di una struttura organizzata come, appunto, un partito; 4) il risibile risparmio ottenuto dalla mancata remunerazione dei 345 parlamentari tagliati, verrebbe abbondantemente vanificato da un aumento delle spese per le campagne elettorali, essendo queste ultime calibrate su collegi che diventeranno enormi. Nel caso non sia stato già detto, aggiungiamo che non ci stupirebbe se quei 100 milioni l’anno risparmiati venissero ripartiti allegramente tra i reduci di questa revisione costituzionale: diminuiscono i commensali aumentano le portate.

La domanda che i lavoratori dovrebbero porsi
Torniamo ora alla domanda che dovremmo porci a monte di qualunque risposta al quesito referendario: il parlamento (e con esso i suoi inquilini) a presidio di quali interessi è posto? La questione non è affatto marginale o, come si suol dire, di lana caprina, poiché la risposta a questa domanda è l’unica che ci permetterà di dipanare la nebbia dei tecnicismi astrusi del diritto costituzionale e delle istintive pulsioni populiste. Certo, si può anche credere che il parlamento sia al di sopra dei rapporti materiali di produzione e sia indistintamente al servizio di tutti i cittadini/elettori in eguale misura: si può anche credere ai draghi e all’unicorno bianco, se è per questo; ma, tornando alla realtà, è più facile prendere atto che la società capitalistica è divisa in due principali classi i cui interessi sono inconciliabili e che il parlamento, come tutto lo Stato, è un’istituzione posta al servizio della classe dominante e a tutela dei suoi interessi. Comprendendo ciò anche la questione referendaria diviene molto più chiara: non esiste un elettorato omogeneo: il peso e l’influenza sulla società di un operaio non sono i medesimi del suo padrone, il voto ha tra le sue funzioni più importanti quella di dare una parvenza di uguaglianza sociale, la democrazia che viene usata per nascondere il conflitto sociale è la democrazia di una sparuta minoranza di capitalisti che viene subita dalla stragrande maggioranza della popolazione composta da lavoratori, pensionati e disoccupati: le condizioni materiali ripropongono quotidianamente con violenza e drammaticità l’ineludibile conflitto di classe. Marx colse appieno questo aspetto un secolo e mezzo fa osservando la Comune di Parigi: «Agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in parlamento».
Da comunisti sappiamo che la democrazia pura è una finzione. Nello Stato borghese la democrazia esiste solo per i padroni. È per questa ragione che lavoriamo all’abolizione dello Stato borghese e alla creazione di uno Stato operaio. Tutta l’esperienza storica della Comune di Parigi prima e della Repubblica dei Soviet poi dimostra, come spiegò Lenin, che «la democrazia operaia è mille volte più democratica della più democratica repubblica borghese», perché si basa su deputati eletti esclusivamente dai consigli dei lavoratori, con stipendi comparabili ai salari degli operai e la cui delega è revocabile dai consigli stessi.
A questo punto la domanda scritta sulla scheda referendaria di fine settembre assume tutt’altro significato e potremmo, a grandi linee, interpretarla così: «Da quanti parlamentari volete che sia composto il parlamento che la borghesia utilizza per reprimervi e difendere i suoi interessi?».
Questo è un solido punto di partenza per riconsiderare il referendum dal punto di vista di classe dei lavoratori.

Il referendum sotto la lente di classe
Dando per assodato che viviamo nella moderna società capitalistica, animata da un insanabile scontro di classe tra la borghesia e il proletariato; che la borghesia è la classe dominante, proprietaria dei mezzi di produzione di merci e di pensieri (canali televisivi e stampa) e che lo Stato e il parlamento sono al servizio della borghesia, possiamo finalmente trarre con semplicità alcune verità che prima della nostra analisi di classe erano ben nascoste dietro l’ombra truffaldina dei vari partiti riformisti, populisti, sovranisti e borghesi. Proviamo ad elencare le più importanti.
1) Il numero dei parlamentari. Le condizioni di miseria e di sfruttamento dei lavoratori non cambieranno con un parlamento più ristretto: un parlamento borghese rimane un parlamento al servizio della classe nemica dei lavoratori, le leggi di un parlamento di 600 parlamentari non saranno più favorevoli ai lavoratori, né saranno meno vincolanti, poiché potranno sempre contare, per la loro applicazione, sul medesimo apparato coercitivo (forze dell’ordine borghese e magistratura).
2) Un parlamento ancora più lontano dai lavoratori. Diminuendo il numero degli eletti aumenterà il numero degli elettori necessari alla conquista di un seggio, cosicché diverrà ancora più difficile per le organizzazioni anticapitaliste del proletariato (quindi senza finanziamenti dalla borghesia) arrivare ad avere una loro rappresentanza in parlamento da usare come tribuna di propaganda rivoluzionaria.
3) Il risparmio economico, come detto sopra, è quantificabile in importi esigui, ma l’esiguità di tali importi diviene molto più comprensibile se li rapportiamo ai flussi miliardari (con 9 zeri!) che lo Stato borghese devia nelle casse di banchieri, finanzieri e industriali.
4) Diminuiscono i privilegiati ma non i privilegi. Questo è uno degli argomenti che dovrebbe far riflettere specialmente quei lavoratori, giustamente indignati per i privilegi della «casta», orientati a dare il loro voto favorevole al referendum. Nessun privilegio verrà né abolito né ridimensionato, ci si limita a rendere ancora più esclusivo il privé. Ma nell’annosa questione della corruzione dei parlamentari, la borghesia è il soggetto corruttore, che a questo punto si troverà meno persone da corrompere e potrà avere un maggiore controllo dell’istituzione per tutelare i suoi interessi di classe.

Conclusioni
In conclusione non possiamo né vogliamo esimerci dal dare delle indicazioni alle avanguardie operaie e agli attivisti di tutti quei settori in lotta contro lo sfruttamento e la barbarie capitalista, dalle fabbriche alle scuole, dai settori dei trasporti agli ospedali, dal commercio agli uffici pubblici, dai pensionati ai disoccupati.
La conclusione logica è che la nostra indicazione sia quella di andare a votare «No»: ma se dessimo questa indicazione tout court, finiremmo per prendere in giro i lavoratori che ci leggono e ci seguono, poiché la stessa logica marxista e la storia dei conflitti di classe ci dimostrano che nessun miglioramento per la classe lavoratrice potrà mai arrivare all’interno del capitalismo e del suo Stato borghese. Per questo motivo non sarà un parlamento composto da 945 membri oppure da 600 membri a porre fino allo sfruttamento del capitale sul lavoro e ai tanti disastri tra cui l’avvelenamento del clima che sta portando l’umanità all’estinzione. In realtà servirebbe un'altra democrazia, dove a comandare siano i lavoratori; e quindi un altro Stato, basato su comitati o consigli eletti dai lavoratori.
Ma per far questo sarà necessaria una rivoluzione socialista internazionale dove la nostra classe, che comprende la stragrande maggioranza dell’umanità, esproprierà dalle mani di una minoranza di capitalisti miliardari la ricchezza prodotta per restituirla ai veri produttori: i lavoratori. Votare «No» avrà un senso se quel piccolo spazio democratico che avremo difeso lo metteremo al servizio dell’unico strumento in grado di liberare l’umanità dal capitalismo: il partito rivoluzionario internazionale. Che è lo strumento che noi della Lega internazionale dei lavoratori – Quarta internazionale, di cui Alternativa comunista è sezione italiana, stiamo cercando di costruire quotidianamente con impegno e passione.

 

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