Partito di Alternativa Comunista

7 ottobre 2023 - 2026 La più grande operazione di guerra in territorio occupato

7 ottobre 2023 - 2026

La più grande operazione di guerra

in territorio occupato

 

 

di Francesco Ricci

 

 

«Dopo che la Comune di Parigi venne annegata nel sangue e i furfanti reazionari del mondo intero trascinarono la sua bandiera nella sporcizia della diffamazione e della calunnia, c’erano non pochi filistei democratici che, adattandosi alla reazione, calunniavano i comunardi per l’esecuzione di sessantaquattro ostaggi, con alla testa l’arcivescovo di Parigi. Marx non ha esitato un momento nel difendere questo atto sanguinoso della Comune».

(Lev Trotsky, La loro morale e la nostra, 1938)

 

 

Sta facendo molto discutere il film di due «israeliani» Naza (che riempie le sale cinematografiche), che documenta attraverso le testimonianze di militari sionisti impegnati nel massacro gli orrori commessi a Gaza: atrocità peraltro già testimoniate, senza ricevere la stessa attenzione, da decine di giornalisti (specialmente palestinesi) assassinati dai cecchini dell’entità razzista.
La destra al governo replica invitando a vedere l’ultima stagione della serie Netflix Fauda, «israeliana»: pura propaganda sionista che, con un capovolgimento, mostra il 7 ottobre dal punto di vista di militari e agenti dei Servizi «israeliani», presentati come «vittime» mentre i combattenti palestinesi appaiono come belve sanguinarie, invasati, fanatici sgozzatori di poveri civili innocenti. Tuttavia la «difesa» dei palestinesi da parte degli intellettuali del centrosinistra che prepara l’alternanza borghese (area Cinque Stelle o Pd) è di quelle a cui si rinuncerebbe volentieri. Tutta incentrata su una falsificazione completa della storia e della cronaca. I vari Formigli, Michele Santoro o i sionisti critici Gad Lerner e Travaglio deprecano la violenza «da una parte e dall’altra», quella dei «terroristi palestinesi» (così li chiamano) così come quella di Netanyahu (accusano solo il governo di turno, mettendo così al riparo l’entità sionista in quanto tale).
Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano e che dei pentastellati è il maître à penser (sia detto senza offesa), già autore di un instant-book sulla Palestina che si presenta come una ricostruzione della storia, (1) ma in cui manca appunto la storia (quella vera), dopo aver a lungo contestato nei suoi editoriali l’uso del termine «genocidio» (mentre i cadaveri dei palestinesi riempivano le fosse a Gaza), da tempo continua a ripetere che la colpa originaria di tutto questo è degli arabi che non avrebbero accettato di buon grado la spartizione della Palestina fatta nel 1948 dall’Onu (su mandato dell’imperialismo desideroso di avere una propria base militare in un’area cruciale, aggiungiamo noi).
Interi settori del Pd (a partire dall’ossimorica «Sinistra per Israele» diretta da Fiano e dal ladro di profumi) si spingono oltre e invocano, insieme alla destra di governo, legge e ordine, intimoriti dal grandioso movimento che ha invaso le piazze italiane l’autunno scorso e convinti di poter evitare una ripresa delle mobilitazioni con la minaccia repressiva. Per questo apprezzano il decreto cosiddetto sull’«antisemitismo» presentato dal governo, che, scritto da razzisti nipotini di Salò, equipara l’antisionismo (che per definizione implica antirazzismo) a razzismo antisemita, come se il cosiddetto Stato ebraico fosse responsabilità di tutti gli ebrei (quando invece un numero crescente di ebrei nel mondo non sostiene questo mostro).
Mentre i Cinque Stelle, intenzionati a presentarsi in questa fase come più a sinistra del Pd su vari temi, respingono il decreto, fingendo di dimenticare che si tratta dell’ennesima misura repressiva nel solco di quelle emanate dal centrosinistra (incluso Conte) quando era al governo.
Non merita però dilungarsi, almeno per i nostri lettori, su questa che giornalisticamente viene chiamata «sinistra» ma che si prepara solo a tornare al governo per applicare politiche anti-operaie, così come ha già fatto in tutte le esperienze di governo precedenti. Preferiamo qui occuparci della sinistra riformista e di quelle organizzazioni che si collocano alla sua sinistra.

 

L’ipocrisia dei «Due Stati»

 

Esemplare di quest’area politica è Rifondazione, nelle due componenti separate in casa di quel che resta di quel partito. I due gruppi dirigenti sono divisi su quale sia il percorso migliore per rimettersi al traino del centrosinistra: capitolare direttamente, come propone Acerbo, o cercare di accumulare forze contrattuali presentandosi al momento come cosa distinta dal centrosinistra, come propone Paolo Ferrero (già ministro di uno dei peggiori governi anti-operai degli ultimi decenni, quello Prodi).
Divise sulla tattica, le due ali tuttavia condividono la stessa posizione sulla Palestina: «due popoli, due Stati», cioè la proposta che chiunque conosca anche solo superficialmente la cosiddetta «questione palestinese» considera (se onesto) truffaldina perché implica l’accettazione dell’occupazione sionista su gran parte della Palestina, salvo i territori occupati nel 1967 (essenzialmente la Striscia di Gaza e la Cisgiordania) che verrebbero generosamente lasciati ai palestinesi per farci un mini-Stato, senza continuità territoriale, senza diritto al ritorno nelle loro terre per milioni di palestinesi, ignorando i quasi due milioni di palestinesi che vivono in condizioni di apartheid dentro a «Israele». Proposta che parte da un presunto «diritto di esistere» della colonia «Israele» (come sostiene la grande maggioranza del riformismo mondiale, da Rifondazione Comunista a Syriza, a Die Linke). Proposta accreditata da tanti governi imperialisti (tipo quello del «progressista» Sanchez nello Stato spagnolo, oggi impegnato a fronteggiare grandi mobilitazioni), proprio perché è da decenni solo un miraggio promesso ai palestinesi, rivenduto dalle componenti capitolarde stile l’attuale collaborazionista Autorità Nazionale Palestinese (e prima da Al Fatah di Arafat), che ha solo la funzione di tener buoni i palestinesi e che, oltre a essere una proposta fondata sull’ingiustizia, non è nemmeno contemplata dal sionismo in tutte le sue componenti.

 

Pap e il surrogato riformista dello «Stato binazionale»

 

Siccome di questi tempi, di fronte al disastro del capitalismo (guerre, miseria, distruzione dell’ambiente) e all’impotenza del riformismo che semina illusioni sulla possibilità di governare diversamente un sistema irriformabile, presentarsi come «riformisti» non riscuote consensi, specie tra quella che è stata giustamente definita la «generazione Gaza» (e che sta riempiendo le piazze anche in questo momento in Francia), c’è chi cerca di ritagliarsi uno spazio apparentemente più a sinistra. È il caso di Potere al Popolo (Pap) e del suo azionista di maggioranza, la neo-stalinista Rete dei Comunisti.
Da queste parti non si parla dei «due Stati», sapendo che hanno scarsa credibilità tra chi si mobilita per la Palestina. E giustamente ci si rifiuta anche di celebrare il rito della «condanna del 7 ottobre». Tuttavia la prospettiva che si avanza è la «One State solution», o Stato binazionale. Una prospettiva che parte da una corretta denuncia della truffa dei «due Stati» ma che (nelle sue varianti) (2) comunque riconosce nei fatti un presunto «diritto di esistere» in quella terra a chi la ha colonizzata, estendendo il diritto di «autodeterminazione» non solo ai palestinesi (popolo oppresso) ma anche agli ebrei «israeliani» (che invece popolo oppresso non sono), confondendo la leniniana difesa della «autodeterminazione dei popoli oppressi» con la concezione liberale dell’autodeterminazione (che non fa distinzione tra popoli oppressi e popoli che opprimono).
Una prospettiva altrettanto impraticabile di quella dei «due Stati» perché sorvola sulla necessità di distruggere completamente la colonizzazione della Palestina, separa la questione nazionale da quella socialista e da una prospettiva internazionalista per il Medio Oriente che rovesci l’insieme dei regimi reazionari dell’area.
Per non dire del contesto in cui si innesta questa posizione: lo schierarsi, in nome del «multipolarismo», con alcuni imperialismi (Cina e Russia) contro gli imperialismi considerati peggiori (Usa, «occidente»). Arrivando a sorvolare, con un certo imbarazzo, sul fatto che la Cina (considerata imperialismo migliore e preferibile o financo modello di un «socialismo di tipo cinese») è il principale fornitore commerciale di «Israele» e ha persino accresciuto le sue esportazioni durante il massacro di Gaza (3) e ha continuato a rifornire i sionisti dei droni della Autel Robotics, utilizzati contro i palestinesi (e contro la Flotilla).
Con piccoli distinguo, l’insieme di queste posizioni parte dal riconoscimento delle risoluzioni dell’Onu, cioè dell’organismo tutt’altro che angelicato che non solo sancì la nascita della colonia «Israele» ma che ha coperto per decenni con un manto di legalità l’esistenza dell’entità sionista, indicando come «territori occupati» solo quelli di cui i sionisti si sono impadroniti dopo la «guerra dei sei giorni» nel 1967, e non l’intero territorio che qualcuno chiama «Israele», cioè i 4/5 della Palestina.
Non c’è ovviamente un’ombra di realismo in queste posizioni. Sono tutte figlie della precisa volontà dei gruppi dirigenti di queste organizzazioni - di là dai proclami - di non mettere in discussione le compatibilità del capitalismo e le necessità dei diversi imperialismi a cui decidono di accodarsi. Infatti, mettere in discussione l’esistenza di «Israele», tanto nella favola dei «due Stati» come in quella dello «Stato binazionale» significa mettere in discussione il capitalismo e i suoi interessi vitali. E l’orizzonte dei riformisti non contempla nulla di tutto questo: la parola «rivoluzione» non viene lesinata (del resto ormai la usano anche i giovani del Pd...) ma ha la stessa valenza di quando viene impiegata in certe pubblicità di detersivi.

 

Palestina libera dal fiume al mare

 

Non torneremo qui ad argomentare la posizione del nostro partito e della nostra Internazionale, che già abbiamo presentato in decine di altre occasioni. Ricordiamo solo, in sintesi, che noi, riprendendo l’eredità del trotskismo (l’unica corrente che si è battuta contro il sionismo fin dalla nascita di «Israele») sosteniamo l’obiettivo di una Palestina libera «dal fiume al mare», ciò che implica la distruzione della colonia «Israele», la cacciata dei sionisti e la riappropriazione da parte dei palestinesi di tutta la Palestina storica: non solo dei cosiddetti «territori occupati» ma anche della parte maggiore oggi indicata come «Israele», riconoscendo il diritto di minoranza nazionale agli ebrei antisionisti che accetteranno di vivere in pace in Palestina. Solo con questa premessa - che è conquistabile unicamente unendo la rivendicazione nazionale a quelle sociali nell’intreccio di un programma di rivoluzione permanente - si potranno unire le masse arabe di tutta la regione per conseguire l’obiettivo di una federazione socialista del Medio Oriente. Obiettivo che per noi necessita, per essere realizzato compiutamente, della costruzione anche in Palestina e negli altri Paesi del Medio Oriente di partiti trotskisti armati di questo programma, parte di una rifondata Quarta Internazionale.
In questo senso riteniamo sbagliate non solo le due posizioni maggioritarie a sinistra sopra descritte (i «due Stati» e lo «Stato binazionale») ma anche ogni posizione che isoli e contrapponga la questione nazionale, obiettivo democratico, a quello socialista; così come la speculare posizione di chi nega la questione nazionale in nome di un’astratta «rivoluzione pura». Magari, in questo secondo caso, come fanno alcuni (in particolare ad esempio il Pcr e l’Internazionale di Alan Woods, che non a caso rifiuta lo slogan «Palestina libera dal fiume al mare») pensando che si possa «dividere “Israele” secondo linee di classe» e «unire i lavoratori “israeliani” con quelli palestinesi». Questa posizione, apparentemente «di sinistra», in realtà rimuove tutta la concezione leniniana della questione nazionale e parte da una grave incomprensione della teoria-programma della rivoluzione permanente (grave tanto più per chi si definisce trotskista). (4) Come se non fosse sufficiente, è una posizione che ignora che i lavoratori di «Israele», che ovviamente esistono, sono una casta privilegiata di coloni che vive non solo al di sopra del livello di vita dei lavoratori di tutta la regione ma che basa i propri privilegi proprio sull’essere parte di una colonia finanziata e sostenuta dall’imperialismo. Il che spiega, sia detto di passata, perché in ottant’anni si contano in poche unità (ovviamente lodevoli) gli «israeliani» che, arrivati o nati in «Israele», hanno rotto con l’entità coloniale per andare a combattere coi palestinesi.

 

La banalità degli intellettuali

 

Vari intellettuali della cosiddetta sinistra commentano le immagini terribili del documentario Naza e si indignano davanti alle testimonianze di militari che spiegano come innumerevoli volte hanno colpito abitazioni, quartieri, scuole e ospedali, provocando centinaia di «morti collaterali» per colpire «un terrorista» (così anche questi intellettuali chiamano i combattenti palestinesi). Dal che si capisce che non sono stati informati che l’obiettivo dichiarato dei sionisti, da oltre un secolo, è l’eliminazione dei palestinesi dalla Palestina, col genocidio e con l’espulsione indotta dal terrore.
Questi intellettuali-lacchè, che seguono correndo in livrea la carrozza del padrone, che ogni volta che aprono bocca emettono la loro implacabile «condanna del 7 ottobre», per poi subito giurare sul «diritto di esistere di Israele», si interrogano filosoficamente, citando Hannah Arendt, sulla «banalità del male». Perché «Israele» non ha usato meglio la sua intelligence per evitare il 7 ottobre?, si chiedono. La colpa, assicurano, è di Netanyahu, che era stato informato del 7 ottobre e «non ha fatto nulla per prevenirlo»: cioè per massacrare in anticipo i palestinesi prima che rompessero la gabbia di Gaza.
Nulla di cui stupirsi: non si morde la mano che ti nutre. Ma come la mettiamo con le direzioni del 99% dei partiti riformisti - e anche di quelli che si autodefiniscono, per qualche strano motivo, «rivoluzionari» - che dopo un secolo di dimostrazioni pratiche (se vogliamo chiamare così le decine di massacri perpetrate dai sionisti), dopo che Gaza è stata rasa al suolo in diretta televisiva, mentre l’intera Cisgiordania è occupata dai sionisti, mentre le bombe cadono sul Libano e sull’Iran, continuano con la litania dei «civili massacrati il 7 ottobre»?

 

La litania sulle «vittime civili» del 7 ottobre

 

Il lamento per «i civili» uccisi il 7 ottobre è trasversale: cioè non è solo di chi vorrebbe una pacifica convivenza tra colonizzati e coloni. Anche chi si schiera coi palestinesi tuttavia lamenta il «massacro di civili» del 7 ottobre e la presa di ostaggi da parte della Resistenza.
Da dove viene questa insistenza sui «civili»? In tutta la Palestina occupata (e non solo in Cisgiordania), anche dove le loro cartine indicano «Israele», non ci sono «civili» ma coloni che da un secolo cercano in ogni modo di eliminare gli abitanti palestinesi: questo tipo di colonialismo è detto appunto «di insediamento» perché non mira prioritariamente allo sfruttamento della popolazione nativa ma alla sua eliminazione (per questo è inappropriato il paragone col Sudafrica dell’apartheid, dove gli afrikaners avevano come scopo lo sfruttamento salariale dei neri; cosa che peraltro continua oggi sotto altra forma). Gli «israeliani», cioè i cittadini dello «Stato ebraico», non sono dunque paragonabili ai civili di qualsiasi altro Paese, sia quando sono in divisa (e il servizio militare è lì periodico), sia quando sono in abiti civili, sono e restano coloni.
A parte questa constatazione fattuale, bisognerebbe aggiungere che questa distinzione, che viene assunta da molti come «naturale», tra combattenti e civili non è propria del marxismo. Appartiene piuttosto al cosiddetto «diritto internazionale» che, pur essendo presentato come «universale», come ogni diritto è scritto dalla classe dominante, quindi è un diritto di classe. Quello stesso diritto definisce in quali circostanze è legittimo ricorrere alla forza (jus ad bellum) e come deve essere condotta la guerra (jus in bello). In questo senso, ad esempio, varie risoluzioni dell’Onu riconoscono la legittimità della lotta (anche armata) di popoli sottoposti a dominazione ma al contempo prescrivono il rispetto dei «civili».
Sono questi i riferimenti (espliciti o impliciti) di tanti commentatori di sinistra, inclusi alcuni (ripetiamolo) che si definiscono «rivoluzionari». Cioè riconoscono il «diritto» dei palestinesi a lottare anche in armi non perché semplicemente è giusto e necessario, ma perché lo dice l’Onu... E, coerentemente con l’osservanza delle leggi scritte dal nemico di classe, avvisano i palestinesi che colpire civili o prenderli in ostaggio non è accettabile.
Lenin definiva la Società delle Nazioni (che ha preceduto l’Onu) come «un covo di briganti imperialisti». Se avesse potuto vedere l’Onu, che da decenni copre le guerre imperialiste o persino le conduce direttamente (con soldati con un casco di colore diverso, il casco blu), che manda queste truppe «di pace» a imporre l’ordine imperialista con ogni mezzo, inclusi massacri, torture e stupri (si veda cosa hanno fatto i caschi blu in Bosnia, Congo, Haiti, Somalia, Sierra Leone, Guinea, Mozambico, e un lungo eccetera), Lenin avrebbe potuto confermare quella denominazione anche per l’Onu, che invece tanta parte della sinistra considera una specie di ente angelicato, posto al di sopra della lotta di classe internazionale.
Anche chi è critico con l’Onu (e nel caso della Palestina dovrebbe essere un’ovvietà, considerando che la colonia sionista è stata battezzata e protetta per decenni proprio dall’Onu), tuttavia spesso ha introiettato l’idea dell’esistenza di un «diritto internazionale», neutro da un punto di vista di classe, che definisce che le vite di uomini e donne hanno valore solo se non indossano una divisa. Un’idea, a ben pensarci, molto utile alle guerre imperialiste che da sempre hanno bisogno di «carne da cannone».
I lamenti sui «civili» nascono da queste deformazioni, nella migliore delle ipotesi; o da ipocrisia, nella peggiore.
Il paradosso è che poi questi stessi dirigenti e intellettuali magari esaltano film come La battaglia di Algeri di Pontecorvo, in cui si vede come i combattenti algerini furono costretti a ricorrere anche all’uso di bombe in mercati, cinema, bar, ecc. per liberarsi e infine cacciare i coloni francesi. Larbi Ben M’Hidi, dirigente del Fln, all’accusa di colpire civili con borse che nascondevano bombe rispose che era disponibile a scambiare le borse dei combattenti con i cannoni e i bombardieri di cui disponevano i coloni.
Uno storico (ebreo antisionista) come Enzo Traverso (5) ha ricordato che anche la Resistenza partigiana in Europa durante la Seconda guerra mondiale dovette colpire spesso obiettivi civili.
Viene allora il dubbio che quello che si accetta come eroismo per l’Algeria o per i partigiani non venga riconosciuto ai palestinesi perché vecchi fatti storici non richiedono di stare da un lato della barricata oggi (per quanto non manchino persino coloro che prendono le distanze dall’attentato dei Gap in via Rasella o continuino a piangere l’uccisione del filosofo repubblichino Giovanni Gentile da parte dei partigiani).

 

I civili, gli ostaggi e... la Comune

 

Si possono solo immaginare le parole (certo poco politicamente corrette) con cui Marx ed Engels avrebbero commentato le prese di posizione di certi intellettuali più o meno richiamantisi al «marxismo», in stile Judith Butler che, con Michael Lowy e altri, ha firmato quest’estate un manifesto sull’Iran che, fin dal titolo («Ai prigionieri politici iraniani, intrappolati tra due lame di forbici») (6) pone sullo stesso piano l’aggressione imperialista e sionista all’Iran e l’Iran aggredito, per poi sviluppare ambiguamente lo stesso concetto, a forza di frasi come «da un lato... dall’altro lato», «due fonti di oppressione», e dedicare solo un quarto del testo ad attaccare l’imperialismo e il sionismo aggressori.
Chiaramente anche noi siamo a favore della liberazione dei prigionieri politici iraniani e non nutriamo nessuna simpatia per il regime degli ayatollah, che ha usurpato la rivoluzione operaia del ’78-’79 e massacrato migliaia di rivoluzionari, ma da marxisti in una guerra tra l’imperialismo e una semi-colonia ci schieriamo nel fronte di quest’ultima, pur rimanendo oppositori inconciliabili del suo regime reazionario. Perché è solo dalla collocazione nel fronte del Paese dipendente aggredito che si può costruire il rovesciamento del regime reazionario.
Paradossale dunque che persino certi intellettuali che si definiscono «trotskisti» dimentichino le inequivocabili prese di posizione di Trotsky in casi simili, come nel caso dell’aggressione del Giappone alla Cina (all’epoca semi-colonia) nel 1937, quando Trotsky afferma: «Nel partecipare nella lotta militare agli ordini di Chiang Kai-shek, posto che purtroppo ha lui il comando della guerra per l’indipendenza, ci prepariamo politicamente per rovesciare Chiang Kai-shek: questa è l’unica politica rivoluzionaria». (7) È utile ricordare che Chiang fu il massacratore della Comune di Canton. Vari dei firmatari dell’appello della Butler, non a caso, sono stati tra i critici più severi del 7 ottobre. La Butler stessa arrivò a parlare, a caldo, di «un massacro terrificante e rivoltante» (8): riferendosi non a quanto fanno i sionisti da un secolo ma... all’azione di guerra dei palestinesi. In altre occasioni ha cercato di «contestualizzare» ma in ogni caso lei e altri intellettuali come Slavoj Zizek non hanno mancato di lamentare la morte di «civili» delle «due parti».
La tradizione del marxismo non ha nulla da spartire con quella pacifista o succube delle concezioni liberali del diritto. I rivoluzionari non hanno mai messo sullo stesso piano la violenza di Roma e quella di Spartaco, la violenza di chi opprime e di chi è oppresso e cerca di liberarsi.
Questa ipocrisia era estranea a Marx e certo vedendo certi «marxisti» che se ne ammantano avrebbe ripetuto di non essere... marxista.
Vogliamo ricordare la difesa incondizionata che Marx fece della presa degli ostaggi civili da parte della Comune di Parigi? E anche della fucilazione di 64 ostaggi (tra cui il vescovo Darboy) per ordine dell’eroico Raoul Rigault, venticinquenne, delegato alla Pubblica Sicurezza della Comune? Leggiamo in La guerra civile in Francia: «Quando Thiers (...) rimise in vigore sin dall'inizio del conflitto la consuetudine umanitaria di uccidere i prigionieri comunardi, la Comune, per proteggere la loro vita, fu costretta a far ricorso alla pratica prussiana di prendere ostaggi. La vita degli ostaggi era stata condannata più di una volta dalle continue uccisioni di prigionieri perpetrate dai versagliesi. Come potevano essere risparmiati più a lungo dopo il massacro con cui i pretoriani di Mac Mahon celebrarono il loro ingresso a Parigi? Si doveva dunque far diventare una semplice burla anche la presa degli ostaggi, ultima garanzia contro la ferocia senza scrupoli dei governi borghesi? (...) La Comune aveva offerto ripetute volte di scambiare l'arcivescovo, e molti sacerdoti per giunta, col solo Blanqui, allora nelle mani di Thiers. Thiers rifiutò ostinatamente. Sapeva che con Blanqui avrebbe dato alla Comune una testa, mentre l'arcivescovo gli sarebbe stato più utile come cadavere». (9)
Quanto a Engels disse che se qualcosa poteva essere rimproverato ai comunardi era di essere stati fin troppo bonari con il nemico di classe. (10).
I bolscevichi, per parte loro, durante la guerra civile presero come ostaggi persino i parenti dei generali che obbligavano a combattere per l’Armata Rossa. Fu proprio Trotsky a firmare l’ordine sugli ostaggi, nel 1918. (11)
Che differenza coi piagnistei e i distinguo sui «civili» sionisti di certi presunti discepoli odierni!

 

L’ipocrisia più sottile: «è legittimo, ma...»

 

Altri, come ad esempio Gilbert Achcar (dirigente della cosiddetta «Quarta Internazionale» mandelista, più nota come Segretariato Unificato) usano argomenti non meno ipocriti ma di un’ipocrisia più sottile, meno visibile.
In particolare vengono avanzate quattro tesi da questi «sostenitori» della causa palestinese.
- Prima tesi: «i palestinesi dovrebbero tornare ad usare (solo secondo alcuni, prevalentemente secondo altri) mezzi di lotta politica di massa come scioperi, ecc.».
Dimenticando che, per i motivi detti, in Palestina non funziona un «normale» sfruttamento capitalistico: la lotta è per difendere la sopravvivenza dai sionisti che mirano al massacro, al genocidio.
- Seconda tesi: «i palestinesi dovrebbero usare anche se necessario la forza, ma così come fecero durante la Prima Intifada (1987)». O, detto in altre parole, i palestinesi dovrebbero al più usare fionde e sassi, non mitragliatrici e razzi. L’immagine del ragazzino palestinese con la fionda appare, a questi signori, eroica mentre quella del palestinese con la mitragliatrice è considerata sconveniente. Dimenticano però che le fionde al posto dei fucili furono non una scelta fatta per non infastidire l’accademico piccolo-borghese ma perché si combatteva con quello che c’era, quindi con le fionde perché (purtroppo) non c’era di meglio.
- Terza tesi: «al di là di ogni considerazione sulla legittimità, il risultato del 7 ottobre è stato la Striscia di Gaza rasa al suolo».
Qui siamo al culmine dell’ipocrisia. Dietro a questa tesi si nasconde il vecchissimo leitmotiv che recita: «se la vittima non reagisce evita il peggio». Un ritornello non solo ignobile ma, nel caso della Palestina, doppiamente falso, posto che da un secolo i sionisti massacrano i palestinesi anche in assenza di un pretesto immediato, perché questo è il progetto costitutivo del sionismo.
- Quarta tesi: «la superiorità militare di “Israele” non può essere messa in discussione».
Anche in questo caso si tratta di un argomento falso, basta guardare alla storia e anche alla cronaca. «Israele» e l’imperialismo sono stati messi in scacco o sconfitti innumerevoli volte. Non serve ricordare il Vietnam, l’Irak, l’Afghanistan: è sufficiente vedere come gli eserciti più forti del mondo non sono riusciti finora a piegare un Paese semi-coloniale come l’Iran. Non solo: da oltre un secolo la Resistenza palestinese combatte e persino dopo il massacro di questi ultimi anni sionisti e imperialisti non sono riusciti a disarmarla.
L’idea dell’invincibilità del nemico appartiene alla mentalità tipica degli intellettuali piccolo-borghesi alla ricerca di un angolino tranquillo della storia dove poter scrivere i loro libri o coltivare le loro carriere universitarie. Ma sono proprio i fatti del 7 ottobre a fornirci l’ulteriore prova che il nemico, per quanto potente, non è invincibile.

 

La realtà sul 7 ottobre

 

I fatti del 7 ottobre sono stati falsificati fin dal giorno dopo. Ci sono libri, come ad esempio quello di Roberto Iannuzzi, (12) che hanno elencato e smontato il cumulo di menzogne riportate dalla stampa borghese che ha fatto eco alla propaganda del governo sionista: bambini squartati, stupri, ecc. Tutto falso e smentito da decine di inchieste indipendenti e pure in qualche caso (magari in ultima pagina) dagli stessi giornali che avevano inventato queste «notizie».
In decine di altri articoli e in un libro (13) abbiamo già scritto anche di ciò che più conta e in genere viene rimosso: e cioè i cento anni di storia che precedono il 7 ottobre. Cento anni di massacri, bombardamenti, incarceramenti, torture, stupri commessi dai sionisti. Meglio di quanto potremmo fare noi, tutto questo è stato documentato da un grande storico (ebreo antisionista) come Ilan Pappé (14) e da tanti altri storici onesti che, anche grazie al 7 ottobre e al movimento di massa che ha suscitato, vengono oggi pubblicati non solo da piccole case editrici.
Tornando ai fatti di quella giornata, Iannuzzi ha fornito una delle migliori ricostruzioni. All’alba di quel 7 ottobre del 2023 un fronte militare formato da tutte le organizzazioni impegnate nella Resistenza ha sferrato un attacco, con alla testa circa 1200 combattenti di Hamas, Fplp, Fplp-CG, Fdlp, Jip e altri gruppi minori (una decina in tutto) seguiti da migliaia di palestinesi che usando ciò che trovavano hanno sfondato in vari punti la barriera ultra-tecnologica (costo oltre 1 miliardo di dollari) che recintava Gaza e i suoi abitanti separandoli dal resto della loro terra occupata.
Gli obiettivi erano vari avamposti militari (tra cui la base militare di Urim che ospita il famigerato reparto 8200, corpo «d’élite» dei Servizi sionisti impiegato nell’intercettazione e identificazione dei palestinesi) e la ricerca di ostaggi da poi poter scambiare con le migliaia (circa 10 mila) ostaggi palestinesi che vengono ogni giorno vessati e torturati, stuprati metodicamente, nelle carceri della cosiddetta «unica democrazia del Medio Oriente».
Il resto è noto: la gran parte di quegli ostaggi sono stati uccisi dai colpi indiscriminati dell’Idf, altri sono sopravvissuti anche ai bombardamenti dei sionisti e sono stati scambiati con prigionieri palestinesi.
Nelle ultime settimane, alcuni insistono nell’affermare che Netanyahu era stato avvisato per tempo dell’operazione «Alluvione al-Aqsa» e non l’avrebbe ostacolata per poi poter attaccare Gaza. Questa cosa, con diverse sfumature, è stata detta già dal giorno dopo il 7 ottobre. Si tratta di una distorsione dei fatti che ha due obiettivi: primo, separare le responsabilità di «Israele» da quelle di Netanyahu, facendo ricadere le colpe del sionismo solo su quest’ultimo (come se il sionismo non avesse iniziato le sue politiche genocide ben prima che comparisse questo losco figuro, sotto la direzione anche di presidenti cosiddetti «laburisti»); secondo, in qualche caso inconsapevolmente, è una narrazione che fa il gioco di chi vuole sostenere che «Israele» sarebbe stata colpita il 7 ottobre dalla Resistenza palestinese solo grazie a un complotto, riaccreditando così la tesi della «invincibilità» dei sionisti e la presunta impotenza dei palestinesi. La cosa più probabile è che sia stato proprio il senso di superiorità e la convinzione di invincibilità a far ignorare i segnali che certo erano stati colti dai carcerieri di Gaza della preparazione dell’azione militare.

 

Il significato imperituro del 7 ottobre

 

Il 7 ottobre è stato però anche molto altro.
È stato un colpo durissimo inferto a «Israele». Ha dimostrato in primo luogo che il nemico, per quanto meglio armato, non è invincibile, a differenza di quanto affermano i cantori dello scetticismo.
Se per decenni la storiografia ha definito l’azione dei Gap in via Rasella, a Roma, il 23 marzo 1944, come la più grande azione partigiana in territorio occupato, oggi possiamo dire che l’azione della Resistenza palestinese il 7 ottobre è stata ancora più importante.
Il 7 ottobre e gli anni seguenti hanno presentato agli occhi delle masse cosa è realmente «Israele». E tutte le menzogne della propaganda sionista e dell’imperialismo che li difende non potranno più guarire questa ferita. «Israele» oggi è isolata come non lo è mai stata mentre il sostegno alla causa palestinese ha coinvolto milioni di giovani e lavoratori in tutto il mondo (inclusi tanti giovani ebrei che non vogliono avere nulla a che fare col sionismo).
Per questo è compito di noi tutti sostenere la lotta coraggiosa della Resistenza palestinese, difenderla da ogni calunnia, non farci fermare da tentativi di censura e repressione. E il modo migliore che abbiamo per partecipare a questa lotta è legare il sostegno alla Resistenza palestinese con la lotta politica e sociale contro il governo Meloni e contro tutti i governi imperialisti. Il Pdac e la Lit-Quarta Internazionale sono impegnati in questa lotta e invitiamo chi voglia svilupparla a unirsi a noi, a venire a conoscere e a costruire il partito rivoluzionario internazionale che serve per vincere.
Se oggi possiamo parlare di una «generazione Gaza», che riempie le piazze del mondo con la propria energia incontenibile, è perché la Palestina è diventata il simbolo della lotta contro tutte le ingiustizie e contro la barbarie del sistema capitalistico, un sistema sociale a cui dobbiamo porre fine per via rivoluzionaria.
Per questi motivi non ci limitiamo a simpatizzare per la Resistenza palestinese ma diciamo che la lotta dei nostri compagni palestinesi è la nostra stessa lotta. Per questo, ancora una volta, dobbiamo ringraziare quei giovani palestinesi che il 7 ottobre hanno rotto la gabbia di Gaza, in cui sono stati costretti fin dalla nascita, e hanno osato, per dirla con Marx, dare «l’assalto al cielo».

 

 

Note

(1) Cfr. M. Travaglio, Israele e i palestinesi in poche parole (PaperFirst, 2023).

(2) Per un approfondimento sulla cosiddetta «one State solution» rimandiamo al nostro libro: Dal fiume al mare. Dalla parte della Resistenza palestinese (ed. Rjazanov, 2025).

(3) Dopo il 7 ottobre le esportazioni della Cina verso «Israele» hanno continuato a crescere.

(4) Sulla teoria-programma della rivoluzione permanente in relazione alla Palestina ci permettiamo di rinviare nuovamente al nostro libro citato nella nota n. 2 o al nostro articolo di polemica con il Pcr: Palestina: perché al Pcr non piace «dal fiume al mare»?

https://www.alternativacomunista.it/politica/nazionale/palestina-perche-al-pcr-non-piace-dal-fiume-al-mare

(5) Enzo Traverso è autore di molti ottimi libri. Qui rinviamo al suo: Gaza davanti alla storia (Laterza, 2024), che merita sicuramente di essere letto, per quanto anche Traverso sia favorevole all’idea (illusoria) dello Stato binazionale e non manchi nel libro, dopo aver dimostrato l’infondatezza di tanti argomenti moralistici, di cadere a sua volta, contraddittoriamente, in alcune sterili disquisizioni sul «diritto internazionale».

(6) L’appello di Judith Butler, Michael Lowy e altri intellettuali ha per titolo «To Iran’s political prisoners, trapped “between two blades of a scissors”»

https://www.theguardian.com/commentisfree/ng-interactive/2026/aug/20/iran-political-prisoners

(7) Lev Trotsky, «Sulla guerra sino-giapponese» [lettera a Diego Rivera], 23 settembre 1937. Lo abbiamo tradotto e pubblicato con nostre note in Trotskismo oggi, n. 20, 2022.

(8) Questo giudizio di Judith Butler sul 7 ottobre si può leggere in «The Compass of Mourning», in London Review of Books, 19 ottobre 2023.

(9) V. K. Marx, La guerra civile in Francia, 1871 https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1871/gcf/index.htm

Il brano citato è nel capitolo 4 del terzo Indirizzo sulla Comune scritto da Marx e approvato dall’Associazione Internazionale dei Lavoratori.

L’ordine di fucilare gli ostaggi venne dato, per l’esattezza, da Raoul Rigault e, per il vescovo e i restanti ostaggi, da Théophile Ferré, giovanissimo suo coetaneo che sostituì Rigault quando quest’ultimo fu nominato Procuratore della Comune. I due, entrambi dirigenti dell’ala blanquista della Comune, morirono fucilati, vittime della sanguinosa repressione con cui la borghesia non solo si vendicò della Comune ma volle dare un monito ai lavoratori perché non osassero più infrangere il suo dominio. È quanto hanno fatto anche i sionisti radendo al suolo la Striscia di Gaza dopo l’azione del 7 ottobre; in questo caso non solo come monito ma anche come parte del progetto genocida proprio del sionismo.

(10) Cfr. F. Engels, Introduzione (1891) a K. Marx, La guerra civile in Francia (1871).

(11) L’ordine fu emanato da Trotsky il 30 settembre 1918, in qualità di presidente del Consiglio rivoluzionario di guerra. Prevedeva che, in caso di diserzione di un ufficiale, si arrestassero i suoi familiari. Il testo dell’ordine è pubblicato in Lev Trotsky, La rivoluzione armata. Scritti militari, 1 (Feltrinelli, 1971, p. 147). Trotsky rivendica e argomenta la necessità di questa misura in La loro morale e la nostra (ed. Rjazanov, 2023, cfr. p. 38 e sgg.)

(12) Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda (Fazi, 2024).

(13) V. il libro citato alla nota n. 2.

(14) Tra i libri di Ilan Pappé (tutti utilissimi e consigliati) ricordiamo qui: La pulizia etnica della Palestina, edito nel 2008 e più volte ristampato da Fazi; o, sempre da Fazi, La prigione più grande del mondo. Storia dei territori occupati (2022). Il suo libro più recente è La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina (Fazi, 2025). La «pace possibile» cui allude il titolo è appunto quella «one State solution» di cui abbiamo dato un nostro giudizio in questo articolo e, più in dettaglio, nel nostro libro (v. nota n. 2) che contiene anche una bibliografia ragionata sulla lotta palestinese.

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